A Boston c’è un gentiluomo, Thomas Roberts, che un anno fa ha acquistato un club lanciato verso la serie A, a cui avevano profilato un lavoro di razionalizzazione dei conti e investimenti nelle strutture. A Boston c’è un gentiluomo che oggi si ritrova suo malgrado a essere il proprietario dello Spezia Calcio probabilmente peggiore di sempre. Da quasi tutti i punti di vista. Una stagione costata circa 40 milioni di euro, in buona parte coperta in dollari, in cui mai in campo si è riusciti a far sentire orgogliosi dello spettacolo offerto gli oltre seimila abbonati e gli sponsor locali, rimasti abbracciati allo Spezia Calcio dopo la dolorosa sconfitta nella finale play off 2025.
Una lunga serie di errori e tentennamenti conduce alla notte di Pescara in cui i nodi vengono proverbialmente al pettine. Le basi del naufragio odierno risalgono all’estate scorsa, come nota D’Angelo nel post partita aprendo la fase dell’autoanamnesi, che a dire la verità spetterà in primis a Charlie Stillitano, e sarebbe spettata durante la stagione all’amministratore delegato Andrea Gazzoli, al direttore sportivo Stefano Melissano, magari anche al vicepresidente Andrea Corradino, apparsi per lungo tempo convinti che il tempo avrebbe curato da solo i disequilibri, ostinatamente aggrappati alle proprie decisioni e scalzati dal presidente americano nel momento in cui c’era ancora tempo per provare una svolta. Ne esce la stagione peggiore di sempre.
La gestione estiva. Tra calciomercato, spogliatoio e infortuni, è già nell’estate del 2025 che lo Spezia imbocca la strada in salita e contromano. Decisioni assurde costellano il periodo in cui si mette fieno in cascina. Da Bandinelli che si opera solo il 7 agosto a fronte di un infortunio di cui si è a conoscenza già da almeno due mesi alla decisione di mettere fuori rosa Lapadula in vista della cessione, aggregando nel contempo Verde al ritiro. A fine estate ci si ritrova con il primo indisponibile per mesi e non sostituito (Maggiore attende una chiamata fino all’ultimo giorno), il secondo riportato in squadra di fronte all’incapacità di acquistare un centravanti e il terzo invece tagliato dopo aver provato a piazzarlo all’estero. Sarà a sua volta reintegrato a fine novembre quando lo Spezia ha già l’attacco peggiore della categoria. E poi venduto infine a gennaio. Una telenovela sudamericana scritta male.
Svuotato un gruppo da 66 punti. La campagna acquisti e cessioni è una specie di partita a Jenga. Si estrae un mattoncino dalla base di una squadra che aveva sfiorato la serie A per piazzarlo in bilico al vertice. Cistana per Bertola, Candela per Elia, Beruatto per Reca e Comotto per Degli Innocenti, l’incapacità di piazzare elementi senza più motivazioni come Wisniewski e Salvatore Esposito, la riproposizione di Kouda che denotava una visione ristretta del panorama, la sopravvalutazione di Candelari e di Vlahovic. Colak che tiene in scacco tutti fino a fine agosto, rescinde e poi firma il giorno dopo in Polonia. E poi a gennaio arrivano Bonfanti, Bellemo, Ruggero, Radunovic, Skjellerup: non ce n’è uno sopra la sufficienza. Viene addirittura spacciato per un affare Shagaxle in arrivo dalle serie minori svedesi. Chiude con una presenza di 14 minuti.
La verità è che, senza il tanto vituperato Eduardo Macia, che ha costruito buona parte della squadra dei record e segnato le tre cessioni più importanti di tutta la storia aquilotta in sole due sessioni di mercato (Kiwior all’Arsenal, Nzola alla Fiorentina, Holm al Bologna), quando gli è toccato ballare da solo Stefano Melissano ha tradito le attese.
I portieri. Un paragrafo a parte merita la gestione dei portieri. Da quando Luca D’Angelo decise di panchinare Stefano Gori a gennaio 2025, in quel momento il portiere meno battuto della categoria, non c’è più stata pace in area piccola. Negativa l’esperienza del Chichizola bis, la fiducia accordata e tolta con molta fretta al giovane e promettente Mascardi. Una svolta importante della stagione la offre Sarr, buttando da solo alle ortiche tre punti tra Spezia-Padova e Monza-Spezia con due topiche clamorose. D’Angelo a quel punto sembrava aver ritrovato il bandolo della fase difensiva, in attesa che Artistico si svegliasse, e avrebbe portato per la prima volta la squadra fuori dalla zona retrocessione. La dirigenza invece prenderà la palla al balzo per farlo fuori con molta fretta. In porta a gennaio arriverà l’inguardabile Radunovic e poi infine di nuovo Mascardi.
Donadoni spreca il calendario favorevole. Gazzoli e Melissano, che hanno D’Angelo nel mirino da tempo, non riescono a convincere Guido Pagliuca a sedersi in panchina ed è allora che Stillitano sfoglia l’agenda e si ferma su Roberto Donadoni. Fermo da sette stagioni in Italia, del tutto da cinque, l’ex ct torna in pista a sorpresa. Si rivelerà una scommessa persa. Nonostante una media punti migliore del suo predecessore e le due episodiche vittorie di fila contro Sampdoria ed Entella, tra gennaio e febbraio si sprecano le migliori occasioni per sterzare la stagione. Solo 6 punti nei sette scontri diretti contro Sudtirol, Avellino, Sampdoria, Entella, Bari, Reggiana e Padova. L’unica vittoria, quella contro gli irpini, si rivela paradossalmente controproducente perché salva una panchina già allora messa in discussione dall’interno. Sarebbero bastati pochi punti in più in quel frangente per arrivare con molte maggiori chance al finale di stagione. Il calendario successivo è troppo complicato per sperare in miracoli, il livello di fiducia in sé stessa della squadra crollato definitivamente.
La piazza osserva, poi esplode. Si respira un’aria di rassegnazione anche sugli spalti, in passato capaci di tenere tutti sulla corda. La contestazione vera e propria esplode solo il 15 febbraio dopo la sconfitta interna contro il Frosinone e travolge soprattutto Donadoni. Anche in quel caso sembra poter arrivare una nuova svolta in panchina, ma lo Spezia la settimana successiva va a vincere a Cesena per 2-3 e l’ex ct rimane in sella. Ancora una volta, un successo arrivato probabilmente nel momento sbagliato dà modo alla società di non decidere. I tifosi avevano concesso un credito di mesi a una squadra che aveva da subito dato segnali preoccupanti, probabilmente in virtù della memoria della splendida annata precedente. La rabbia esplode in maniera inaccettabile dopo la partita persa a Carrara.
Un gruppo mai diventato squadra. Costante dell’annata la sensazione di un gruppo mai stato squadra, incapace di portare in campo energie emotive e caratteriali, mancante di spirito di sacrificio. Un lavoro che si costruisce nello spogliatoio e a cui deve contribuire anche la dirigenza con la scelta degli uomini e la gestione settimanale. Altra grande lacuna. La somma dei singoli, grande forza della stagione 24/25, diventato il quoziente delle responsabilità. Nel 2008, di fronte a una situazione ancora più disperata, lo Spezia era retrocesso (e poi fallito) con una dignità commovente. Non si è visto neanche un indizio di tutto ciò. La fase finale dei costosi ritiri “autoimposti” è sembrata più che altro esprimere il desiderio di fuga da una città delusa e da una tifoseria con i nervi a fior di pelle. La società che ha assecondato tutto questo ha confermato uno stato di totale confusione. O di disperazione.