Scuole, falsi allarmi e paura tra gli studenti. Controlli e massima attenzione: gli istituti sono sicuri

Le forze dell’ordine davanti all’istituto Mazzini dopo alcune segnalazioni, voci incontrollate anche al Capellini-Sauro. Messaggi anonimi e appelli a non diffondere notizie non verificate alimentano un clima di incertezza tra gli studenti. Sullo sfondo l’indagine della Digos che ha portato alla denuncia di due minorenni.
Questa mattina i carabinieri erano presenti davanti all’istituto Mazzini della Spezia dopo alcune segnalazioni arrivate dalla scuola. Al Capellini-Sauro, invece, hanno cominciato a circolare voci sulla presenza di estranei, volantini minacciosi e possibili uscite anticipate. Elementi che, per quanto emerso, non hanno trovato riscontro, ma che sono bastati ad alimentare la preoccupazione tra gli studenti e a rendere surreale il clima all’interno delle classi. Una giornata scandita da allarmi e indiscrezioni, in cui la velocità di diffusione dei messaggi sui social ha contribuito ad accrescere l’incertezza.
Negli ultimi giorni, dopo i fatti di Milano, hanno iniziato a circolare anche alla Spezia messaggi su presunti raduni finalizzati a devastazioni, saccheggi e atti di violenza, dentro e fuori dalle scuole. Le segnalazioni si sono intrecciate con l’indagine della Digos e con la diffusione di contenuti sempre più pesanti, fino a comprendere incitamenti alla violenza contro giovani donne. In un clima già segnato dall’apprensione, ogni voce ha rischiato di assumere il peso di una minaccia concreta, anche quando non c’erano elementi per confermarla.
Il fenomeno non riguarda soltanto la provincia spezzina. Falsi allarmi e messaggi allarmistici sono circolati anche in Veneto, Lombardia e Toscana, in alcuni casi arrivando a interrompere l’attività scolastica. Le catene di condivisione si alimentano attraverso chat, profili social e pagine anonime, con contenuti che possono essere rilanciati da uno studente all’altro senza che sia possibile verificarne immediatamente la provenienza. Il risultato è che la paura può diffondersi ben oltre il contesto in cui il messaggio è stato originariamente pubblicato.
In questo circuito rientrano anche le cosiddette spotted chat, bacheche virtuali legate ai singoli istituti in cui gli studenti possono inviare messaggi anonimi, spesso destinati alla pubblicazione su pagine social o canali di messaggistica. Nate per favorire incontri, dichiarazioni e scambi tra coetanei, possono trasformarsi in spazi di pettegolezzo, attacchi personali e cyberbullismo. L’anonimato, che costituisce una parte del loro funzionamento, può incoraggiare comportamenti che difficilmente verrebbero tenuti in un confronto diretto: insulti, commenti a sfondo sessuale, contenuti discriminatori e accuse rivolte a persone riconoscibili dalla comunità scolastica.
Quando in queste stesse reti cominciano a circolare presunte minacce, annunci di incursioni o inviti a partecipare a disordini, il meccanismo può diventare ancora più insidioso. Messaggi privi di fonti verificabili vengono condivisi e rilanciati, talvolta accompagnati da screenshot anonimi che non consentono di risalire all’origine dell’allarme. Il linguaggio catastrofico e gli inviti a inoltrare rapidamente il contenuto fanno il resto. Anche una notizia infondata può così produrre conseguenze concrete, condizionando la giornata scolastica e le decisioni delle famiglie.
Per questo, di fronte a messaggi che annunciano pericoli o violenze imminenti, la prima indicazione è non contribuire alla catena di condivisione. Tra gli elementi che possono aiutare a riconoscere un falso allarme ci sono l’assenza di fonti certe, i riferimenti indiretti a persone che avrebbero sentito qualcosa da altri e gli screenshot nei quali non compaiono profili verificabili, nomi o numeri riconoscibili. Chi è in possesso del messaggio originale o conosce il gruppo, il profilo o il contatto da cui è partito l’allarme può rivolgersi alla dirigenza scolastica o ai docenti. In presenza di una situazione concreta di sospetto, di un potenziale rischio o di un pericolo reale, il riferimento è invece il numero unico per le emergenze 112.
Al Capellini-Sauro la dirigente scolastica Maria Cristina Rosi ha escluso che le voci circolate in mattinata, relative a volantini minacciosi, estranei nell’istituto e uscite anticipate, avessero trovato conferma.“Spiace sentire che nelle scuole girino certe voci che occorre smentire su tutti i fronti. Nel nostro istituto c’è un costante confronto con chi lo vive e lo frequenta. Io stessa, la vice presidenza, i professori dialoghiamo con gli studenti che non di rado si confidano. Il clima nonostante tutto ciò che si legge e si sente è sereno ma gli occhi restano aperti e l’attenzione non cala”.
È proprio la distanza tra le voci che corrono in rete e la realtà quotidiana degli istituti a rappresentare uno degli aspetti più delicati di queste giornate. Anche in assenza di riscontri, il susseguirsi di messaggi può compromettere la tranquillità di ragazzi e ragazze, in un ambiente che dovrebbe consentire loro di studiare e rivolgersi agli adulti di riferimento quando qualcosa li preoccupa. La collaborazione tra scuole, famiglie e forze dell’ordine resta quindi centrale, tanto per verificare eventuali segnalazioni quanto per evitare che la disinformazione si trasformi in un moltiplicatore di paura.
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio di preoccupazione per episodi di violenza che coinvolgono giovanissimi. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto sui disordini che si manifestano senza bandiere o colori, invitando a non confonderli con le altre forme di protesta.

Anche il sindaco della Spezia, Pierluigi Peracchini, si è espresso sulla vicenda: “Stiamo attraversando un momento storico particolarmente difficile: le nostre città, da quelle metropolitane a quelle di provincia, sono coinvolte in manifestazioni che per la prima volta non hanno né bandiere né slogan né appartenenza politica, ma che sono diretta conseguenza di una rabbia e di una frustrazione incubate da giovani, giovanissimi e persino bambini, sfogate in una violenza distruttiva di beni pubblici e privati senza alcuno scopo. E la preoccupazione che dovrebbe pesare di più in ogni nostra riflessione nel dibattito pubblico è appunto l’età anagrafica dei protagonisti di questi giorni: perché avere 11 anni significa essersi appena affacciati alla scuola media, in un territorio che non si può neppure definire preadolescenza.
L’altro dato politico di grande rilevanza è che le manifestazioni a cui stiamo assistendo non hanno nulla a che vedere con quelle degli Anni Settanta o dei primi Anni Duemila: si tratta di un fenomeno del tutto nuovo e complesso, senza alcun presupposto ideologico, decisamente preoccupante per la giovanissima età di questi ragazzi, come nel caso dei due minorenni denunciati alla Spezia, che con messaggi allarmanti diffusi in un gruppo WhatsApp incitavano a saccheggi e disordini in un centro commerciale. Quei ragazzi sono stati prontamente intercettati e rintracciati attraverso le attività di indagine delle Forze dell’Ordine e del Prefetto, che ringrazio sentitamente per il prezioso lavoro svolto; tuttavia, aldilà di questo agghiacciante episodio, è necessario riflettere e soffermarsi in modo più ampio su quanto sta accadendo.
Se si tratta della conseguenza di un fenomeno di grave malessere sociale che ora ha trovato un’espressione di violenza contagiosa che si insidia e si diffonde nelle città, allora la sfida è tutta politica e va affrontata in due sensi: certamente dal punto di vista repressivo, per dire con fermezza no alla violenza sempre, che però da solo non è sufficiente, dall’altro con risposte concrete da parte delle Istituzioni, la cui prima responsabilità è intercettare il disagio sociale e soprattutto l’abbandono di questi bambini a loro stessi che evidentemente già vivono in un contesto privato violento e che restituiscono, sbagliando, violenza in un contesto pubblico”.

Sul fronte investigativo, proseguono intanto gli accertamenti della Digos nell’ambito dell’indagine denominata “Protesta”. Gli investigatori stanno analizzando le chat finite al centro dell’inchiesta, nella quale due minorenni sono stati denunciati per istigazione a delinquere in relazione a messaggi WhatsApp che incitavano a saccheggi e disordini in un centro commerciale. Nei giorni precedenti all’intervento, numerosi utenti sarebbero stati aggiunti alla chat oggetto di indagine; alcuni, avvertendo il rischio, avrebbero abbandonato il gruppo. Le forze dell’ordine hanno annunciato che i controlli proseguiranno anche nei prossimi giorni, come precisato da Questura e Prefettura

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