“Tutti gli interlocutori, anche isituzionali che abbiamo incontrato sulla nostra strada in questi due anni dicono chiaramente che oggi l’impianto di rigassificazione di Panigaglia non sarebbe mai autorizzato. Eppure nessuno sembra voler fare niente per accelerarne la dismissione. Anzi…”. Parola dei componenti del Comitato per l’immediata dismissione del rigassificatore, impegnati da due anni nella sensibilizzazione nei confronti dei rischi connessi alla presenza di un sito industriale del genere a poche centinaia di metri dalle case di Fezzano e Le Grazie.
Un periodo nel corso del quale i membri del comitato hanno ricevuto pacche sulle spalle ma poche risposte agli interrogativi posti via via sotto il profilo tecnico, autorizzativo e politico.
Alcuni mesi fa, poi, la vicenda è finita sulla scrivania dei procuratori del Tribunale della Spezia.
“Vedremo gli sviluppi dell’esposto – ha spiegato l’avvocato Maurizio Sergi nel corso della conferenza stampa che il comitato ha convocato per la mattinata di oggi -. La preoccupazione deriva dal fatto che è l’unico rigassificatore a terra in Italia, incastonato tra due centri abitati, mentre gli altri sono in mare aperto perché la stessa Snam, parlando del rischio di incidenti, valuta che se l’impianto è off shore non c’è nessun effetto sulla popolazione civile. Ma se Snam fa i suoi interessi – ha concuso Sergi – quello che manca davvero è la politica, che invece dovrebbe agire sulla falsa riga di quanto accaduto a Vado, dove destra e sinistra hanno fatto fronte comune mentre qua siamo all’alba del non fare”.
Nel corso della conferenza stampa, introdotta dal portavoce Fabio Ratto, sono intervenuti anche l’ingegner Vittorio Gasparini, autore del volume “Panigaglia, il rischio è accettabile?”, e Flavio Cavallini, coordinatore della comunicazione del comitato, che hanno ripercorso il lavoro svolto. Un’attività definita “immane”, durante la quale “a fronte delle contestazioni avanzate, il gestore dell’impianto non ha mai risposto direttamente, mentre le repliche sono arrivate da altri soggetti istituzionali. Sembra che il rigassificatore faccia ormai parte del paesaggio – ha dichiarato Cavallini – e che non ci sia alcun rischio, nonostante nella scheda di sicurezza di Snam i pericoli siano descritti in modo dettagliato”.
Sul tema dei rischi, Gasparini ha richiamato più volte le discrepanze tra le valutazioni ufficiali e altri documenti tecnici. “Da un lato la Capitaneria di porto ha affermato che è “impossibile” un’esplosione di Gnl, mentre un istituto di sicurezza degli Stati uniti parla di danni gravi fino a 1.600 metri, che diventerebbero 2.500 in caso di incidente volontario.
Altro passaggio riguardo alla perimetrazione delle aree di rischio: secondo quanto sostenuto da Gasparini, dopo la presentazione dell’esposto in Procura sarebbe stato modificato il piano di sicurezza del rigassificatore di Livorno, riducendo la distanza di sicurezza da un chilometro a poco più di 300 metri, portandola a coincidere col dato spezzino e senza seguire l’iter previsto. Anche in questo caso il comitato ha parlato di una circostanza che meriterebbe verifiche puntuali.
Critiche sono state rivolte anche alla gestione dell’emergenza. La Prefettura della Spezia, secondo il comitato, avrebbe dato una “narrazione unilaterale e trionfalistica” dell’esercitazione dell’aprile scorso giudicata invece “ridicola”, che avrebbe dimostrato l’inadeguatezza del piano di emergenza esterna. In particolare è stata messa in discussione l’idoneità della strada Napoleonica come via di fuga, tanto che gli stessi documenti prevedrebbero soccorsi via mare. Un elemento che, secondo il comitato, emergerebbe anche dalla richiesta depositata per svolgere il servizio di truck loading, motivato dalla necessità di spostare le autocisterne via mare per non aumentare l’inquinamento verso aree come Porto Venere e le Cinque Terre. Una motivazione che hanno riferito con un sorriso ironico.
Nel mirino anche alcune affermazioni istituzionali. È stata contestata la definizione data del rigassificatore dal presidente dell’Autorità portuale Bruno Pisano come “sito strategico nazionale”, definizione ritenuta priva di fondamento giuridico. A sostegno di questa tesi è stata citata la legge 84/94, che qualifica l’Autorità di sistema portuale come ente pubblico autonomo: secondo il comitato, questo smentirebbe la narrazione per cui “decide Roma” e nulla può essere fatto a livello locale. In questo quadro è stato citato anche il sindaco Pierluigi Peracchini, che, dopo aver affermato che il transito delle autobotti non era conforme al Codice della strada, ha infine esultato per alcune limitazioni di orario, “come se il pericolo portato dalle autocisterne di Gnl si possa confinare tra le 8 e le 14 per la presenza delle scuole. E tutti gli altri?”
Dito puntato anche contro la scelta di una chiatta elettrica per il trasporto via mare delle autobotti, una decisione green giudicata contraddittoria alla luce dei rischi rappresentati dalle batterie in caso di incendio. E a tal proposito è stata richiamata l’esistenza di una norma del Codice della strada che vieterebbe il trasporto di materiali pericolosi su vettori elettrici, cosa che evidentemente non vale per il trasporto via mare.
Il comitato ha poi lamentato l’assenza di risposte alle numerose richieste di confronto inviate ai presidenti delle commissioni comunali e regionali competenti e ai Comuni di Lerici e Porto Venere. Nessun riscontro, è stato detto, sarebbe arrivato neppure dalle associazioni di categoria e dai gestori dei porticcioli, “nonostante la consapevolezza degli effetti negativi che la presenza dell’impianto potrebbe avere sul turismo, e dunque sull’economia locale e sul mondo del lavoro”.
Infine, i consulenti tecnici del comitato, Vincenzo Arrichiello e Leo Bartolini, hanno posto l’accento sull’aumento del tasso di pericolosità legato alla ripetizione delle operazioni: “Con l’avvio del traffico da e per la Sardegna, oltre a quello della chiatta che attraversa il golfo più volte al giorno, il rischio cresce progressivamente. Un aspetto che – secondo Gasparini e Arrichiello -, contrasterebbe con il regime di deroga alla normativa Seveso, che non avrebbe consentito l’aggiunta di nuovi processi industriali.
A chiudere, il richiamo alla Costituzione e al principio fondamentale della tutela della sicurezza della popolazione e alla domanda iniziale che, secondo i promotori dell’esposto, resta senza risposta: se tutti, anche a livello istituzionale, riconoscono che oggi un impianto come quello di Panigaglia non verrebbe mai autorizzato, perché si continua a far finta che il problema non esista e a rinviarne la dismissione autorizzando nuove attività di durata pluriennale?