Pontremolese e Blue economy sono tornate al centro del dibattito politico spezzino nelle ultime settimane, con incontri, prese di posizione e comunicati dedicati da una parte al futuro della linea ferroviaria e dall’altra alle prospettive dell’economia del mare. Sul tema della Pontremolese, dopo la contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra, il consiglio comunale della Spezia ha scelto lunedì scorso di avviare in commissione il percorso per arrivare a un documento unitario, a partire dalle proposte contenute nella mozione della minoranza e nell’ordine del giorno dell’opposizione. A intervenire è Sergio Landolfi, presidente dei Doganalisti del porto della Spezia, che lega il completamento della ferrovia alla competitività dello scalo e richiama il ruolo della categoria professionale nel sistema della Blue economy.
Presidente Landolfi, perché il completamento della Pontremolese è strategico per il porto della Spezia e per il sistema logistico nazionale?
“La Pontremolese è strategica per La Spezia e per la logistica nazionale: il suo potenziamento collegherebbe meglio il Tirreno, la pianura padana e i corridoi europei, rendendo il trasporto merci più efficiente e affidabile.
Il porto della Spezia, con la sua forte vocazione ferroviaria, potrebbe così trasferire più merci dalla strada alla rotaia, riducendo tempi, costi e impatto ambientale.
È quindi necessario che l’opera venga sostenuta da una programmazione chiara, da risorse certe e da tempi verificabili. Su questa vicenda l’intera classe politica, al di là degli schieramenti e dei diversi livelli istituzionali, è chiamata a un’assunzione di responsabilità: dopo decenni di annunci e rinvii, è mancata soprattutto la capacità di trasformare un obiettivo condiviso in decisioni concrete e cantieri.
Occorre ora superare questa distanza tra intenzioni e risultati, attraverso un impegno coordinato tra istituzioni, gestori delle infrastrutture, porti e categorie economiche. Il Paese ha bisogno di una direttrice moderna, capace di accompagnare la crescita dei traffici e valorizzare le potenzialità dei territori attraversati”.
Nelle ultime settimane la politica locale è ritornata a occuparsi della questione, anche attraverso una contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra. Nella seduta di consiglio comunale della Spezia di lunedì scorso, però, i gruppi consiliari hanno deciso, dopo la presentazione di una mozione della minoranza e di un ordine del giorno dell’opposizione, di lavorare a un documento unitario in sede di commissione. Come interpreta questo scenario?
“Di Pontremolese si parla in diverse occasioni e in diversi termini, ma poi accade sempre poco. La decisione di elaborare un documento sottoscritto sia dal centrodestra che dal centrosinistra è sicuramente una buona notizia. Bisogna andare in questa direzione: quando si parla di porto entrambi gli schieramenti devono ascoltare la posizione del cluster portuale: portualità, commercio e logistica non sono temi politici”.
Lei segue le vicende della Pontremolese da molti anni. Che cosa è cambiato, e che cosa invece è rimasto fermo?
“Io sono entrato in questo mondo di Dogana e porto nel lontano 1989, e già allora sentivo parlare di questa famosa Pontremolese… e ad oggi le previsioni sui costi salgono e dei cantieri non c’è ombra… Questa linea ferroviaria che collega Parma alla Spezia attende da quasi mezzo secolo che si completi il programma di raddoppio e di potenziamento per farne una moderna direttrice ad alta capacità, vocata soprattutto al traffico merci.
L’itinerario merci che congiunge la dorsale tirrenica nei pressi della Spezia e del suo porto con Parma e quindi idealmente con il corridoio del Brennero, è sempre rimasto un po’ la Cenerentola dei collegamenti ferroviari vista la scarsa sensibilità che c’è sempre stata per le merci su rotaia in assenza di un interesse per il servizio viaggiatori veloce.
E tutto questo nonostante le potenzialità e la vocazione logistica dei territori attraversati, a partire ovviamente dal nostro porto della Spezia che detiene il record di una robusta fetta di traffico su ferro, con oltre il 30% dei trasporti per ferrovia”.
Passiamo alla Blue economy. Perché sostiene che nel dibattito sul settore ci si dimentichi spesso dei doganalisti?
“Si continua a parlare di Blue economy dimenticandosi spesso dei Doganalisti, che hanno invece un ruolo chiave. I doganalisti sono professionisti strategici per lo sviluppo e la competitività della Blue economy.
La gestione complessa di cantieristica, shipping, nautica da diporto e traffici portuali richiede un raccordo continuo tra norme unionali, fiscalità e logistica.
Il doganalista ha la gestione degli aspetti doganali e fiscali per il diporto, l’assistenza nelle procedure di import/export e refitting di imbarcazioni”.
Quali sono, concretamente, gli ambiti nei quali questa professionalità può contribuire allo sviluppo dell’economia del mare?
“Ma non solo anche logistica per accelerare i traffici trovando nuove possibilità nel territorio come le Zone logistiche semplificate (Zls) e le Zone franche doganali (Zfd). Velocizzare lo sdoganamento con i mezzi messi a disposizione dalla Agenzia delle dogane e dei Monopoli come lo smart terminal e procedure di sdoganamento rapide o anticipate. Per poi dare il supporto al cliente finale con la loro professionalità e mezzi informatici, come la gestione dei regimi doganali legati alla trasformazione, riparazione e riciclo navale e anche attività di de-risking doganale per prevenire contenziosi e blocchi operativi lungo la catena di fornitura”.
Qual è quindi il rapporto che dovrebbe instaurarsi tra doganalisti, istituzioni, porto e imprese?
“Per cogliere pienamente queste opportunità è utile rafforzare il dialogo tra amministrazioni, autorità portuali, imprese e professionisti. I doganalisti sono pronti a mettere a disposizione competenze, esperienza e strumenti informatici per accompagnare l’innovazione, semplificare i processi nel rispetto delle regole e contribuire a una Blue economy sempre più solida, sostenibile e aperta ai mercati internazionali”.
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