“Ma quale cenone di Natale: non esisteva! Mamma e nonna facevano le frittelle di farina di castagna per aspettare la messa di mezzanotte. La nonna raccontava qualche fiaba per intrattenerci ma puntualmente qualche bambino si addormentava con la testa sul tavolo”. Parola di Tofa, ovvero Cristoforo Basso, nato a Vernazza il 29 febbraio 1928. E a Vernazza restato. “Non riesco proprio a vedermi in una città”. Novansette anni quasi novantotto portati con ironia e lucidità, Tofa è un’antologia vivente delle tradizioni e dei suoni delle Cinque Terre. E il suono per eccellenza di un luogo è il suo dialetto. “Ho cominciato a scrivere poesie in vernacolo intorno al 1980. Me lo ricordo perché erano le mie nozze d’argento: sono sposato dal 1957”.
Perché il dialetto?
“Perché mi piace. Ho sempre avuto l’idea di scrivere sin da ragazzo. Partecipavo con amici paesani a un gruppo che metteva in scena spettacoli nella sala dell’asilo, nei paesi vicini,… e sono sempre stato nei cantori della chiesa. Canti antichi, in latino. Oggi faccio il direttore del coro perché gli altri son tutti morti”.
Si ricorda la prima poesia che ha scritto?
“No, ma ricordo l’ultima, l’ho fatta a ottobre quando ha chiuso il ristorante. Mai poesie d’amore, ché l’amore è ipocrisia. Ma poesie ironiche, per far sorridere e un pochino riflettere. Per vent’anni sono andato a insegnare il dialetto nelle scuole elementari, mi chiamavano le maestre”.
C’è qualche poesia che le ha dato più soddisfazione?
“Tante! Quando facevano il concorso a Spezia arrivavo sempre sul podio. Ma mi piace quando mi chiamano i paesani, quando c’è qualche avvenimento e sono chiamato a dire qualche verso. Sono sempre stato un ‘tradizionalista’, per così dire. Uno a cui piacevano le tradizioni. Per questo motivo mi hanno sempre ricercato comitati diversi per apportare memoria e dialetto nei festeggiamenti”.
Mi ha detto di essere innamorato di Vernazza, anzi, ‘uno dei più innamorati’. Vale ancora, da più di novant’anni?
“Sì, anche se oggi non c’è più quel senso che c’era di umanità, amicizia… avevamo poco: i caruggi, il mare, un po’ di terreno e la chiesa. Nelle cerimonie e nella solennità ci raccoglievamo tutti, anche chi era meno religioso o non lo era si prestava per dare una mano, per organizzare, per fotografare. C’era il gusto di fare le cose assieme: bere un bicchiere, cantare, raccontare. È ciò che mi manca della Vernazza di quando era pecenin, senza barche in piazza o tavolin”.
È andato a scuola?
“Sì! Prima, seconda, terza e quarta elementare. C’erano quattro scuole a Vernazza eh: le chiamavano le ‘scuole comunali’, una a Vernazza, a San Bernardino, a Reggio e a Corniglia. Oggi c’è una pluriclasse con nove studenti. Però non c’era la quinta elementare: allora ci hanno mandato a farla privatamente a casa della maestra Paola. Eravamo un po’ birichini così non ci ha portato agli esami di ammissione”.
Cosa significa che eravate birichini?
“Immagini: era il 1938/39, mio padre navigava, la mamma non c’era perché si svegliava presto e andava in campagna. Noi bambini dalle 10 a mezzogiorno andavamo alla scuola privata della maestra Paola, che aveva le finestre sulla piazza. Invece di studiare stavamo in piazza, la disturbavamo, se pioveva ci mettevamo nel suo portone,… Eravamo otto, nove attorno a un unico tavolo. C’erano due calamai per scrivere. Un giorno ci lascia a fare un tema, si allontana un attimo e io mi alzo dico agli altri ‘Aua non scrive ciù nisciùn’, che non scriva più nessuno, così dicendo faccio finta di mettere i calamai in tasca. La maestra che si era allontanata mi ha visto in quella situazione e mi ha dato tante bacchettate, ma il mio pensiero era la razione che avrei preso da mia mamma. Ora se un alunno viene sgridato ha il sostegno dei genitori; una volta non era così. Mia mamma è venuta a saperlo dopo 15 giorni e puntuale è arrivata la dose… Ho dovuto fare la scuola industriale perché la maestra Paola non ci ha portati all’esame di quinta”.
L’ha conclusa?
“L’ho lasciata dopo qualche mese perché gli amici mi hanno hanno consigliato il corso di radiotelegrafista. Sono stato iscritto due anni per prendere il brevetto, ero andato a fare l’esame a Roma. Era stato un viaggio. Il brevetto era Valevole per navi e aerei. Io ho navigato quattro anni, ho lasciato il tasto il 7 novembre del ‘54 ma l’alfabeto Morse lo ricordo tutto alla perfezione. Era il mestiere migliore ma mi pesava stare fuori tanto tempo. Al mio primo imbarco sono stato nove mesi senza rientrare a casa. Allora ho fatto domanda in ferrovia e sono diventato capostazione. A Corniglia, perché a Vernazza c’era soltanto un posto da bigliettaio, così fino al raddoppio del binario degli anni Sessanta”.
Con cosa giocavate da piccoli?
“Per le feste patronali, il 20 luglio e la prima domenica d’agosto, ci compravano una palla di gomma o una collana di nocciole. Per le bambine una bamboccia di celluloide. Stavamo in piazza, dovevamo rientrare a casa al suono della Maria, quando il campanile dava il rintocco per l’Ave Maria in chiesa alle sette. Giocavano a ‘scurrirse’, a rincorrerci, ‘ar Gioané’, ovvero nascondiino, facevamo tromboni con foglie e canne, le lisciavamo fino all’ultimo per farle fischiare mentre con vecchie casseruole facevamo tamburi. Compleanni non ce n’erano, i vestiti e le scarpe erano quelli smessi dai fratelli e dalle sorelle più grandi, esistevano solo feste di paese. Facevamo sempre bellissime processioni, cantavamo lodi antiche in latino”.
Per Natale facevate l’albero e il presepe?
“Ricordo una pianticella di pino portata da papà, ci mettevamo due candele. Durava una sera o due. Alberi addobbati fuori non se ne vedevano. Il presepe c’era chi lo faceva. Noi facevamo le statuine con quella che chiamavamo ‘terra de fussa’ ‘, una zolla che prendevamo in località Fussa’, dove i sassi diventavano molli, era tipo creta. Poi c’era un certo Brancacci che era di origine napoletana, era venuto qui militare e si era fermato, portando anche la moglie. Viveva di elemosine, lavorava come calzolaio ma sapeva giusto metter due chiodi alle pantofole. Lui aveva portato l’arte partenopea del presepe, lo faceva in casa e ci chiamava a vederlo sperando che gli lasciassimo 5 centesimi di lira. Noi non avevamo soldi, facevamo finta di niente e scappavamo”.
E la Befana?
“Lei veniva. Appendevamo calze in lana di pecora e le trovavamo piene di aranci di qui, che non erano manco ‘bun’, non erano buone da mangiare. I monterossini sono sempre stati bravi a far scherzi. Una notte della Befana son venuti a Vernazza con calze con dentro di tutto: foglie di cavoli, pezzi di pane, pezzi di sasso,… tra giovani ci si conosceva, loro son venuti qui con una scala e hanno attaccato le calze alle finestre delle ragazze per cui provavano affezione”.
Quali altre ricorrenze erano celebrate? Halloween esisteva?
“Halloween no, c’era il giorno dei morti. Il 2 di novembre cominciava l’Ottavario dei Morti, ad iniziare dalla sera del giorno della commemorazione dei defunti e per otto sere consecutive, vi era in chiesa un ciclo di preghiere per le anime dei defunti. Tutti avevamo dei terreni, per l’occasione andavamo a prender le zucche, le scavavamo, mettevamo la bocca e gli occhi, aggiungevamo fiammiferi di legno come denti e accendevamo dentro una candela che rubavamo in chiesa. Veniva buio presto, noi correvamo a mettere le zucche nei portoni dopo la funzione religiosa per spaventare le bambine. Ma in realtà gli unici spaventati eravamo noi bambini, ci spaventavamo da soli ad allestire lo scherzo!”.
Caramelle non ce n’erano?
“Niente, nemmeno per la benediga!”.
Tofa, che cos’è la benediga?
“Un’usanza di Vernazza. Si fa durante i matrimoni, che oggi sono pochi, ma la ‘benediga’ la mantengono, e per i battesimi, che ormai non si fan più. Per festeggiare si lanciavano dal balcone noci, mandorle e fichi secchi ai passanti. È una consuetudine che riempie i turisti di meraviglia. Ora invece lanciano cioccolata, e quanta!”.
Ma una poesia per il Natale l’ha fatta?
“Di più! Ho fatto una parodia della Notte Santa di Guido Gozzano. Prendo in giro i tempi in cui le donne di Vernazza andavano in stazione a cercare i turisti. Allora non si diceva ‘room’, come adesso. Allora si diceva ‘Zimmer’, ché i ‘foresti’ che capitavano qui erano tedeschi. In questa poesia ho immaginato l’arrivo di Maria e Giuseppe a in una Vernazza deserta, come si presenta a dicembre. C’è il ritornello del campanile che scocca l’ora, mentre la coppia cerca un letto, un ballatoio, un sottoscala, una cantina, insomma, di Zimmer in Zimmer, un luogo per riposare. Finché arrivano le undici.
Zimmer…. di dove siete…avete da alloggiarci?
‘che venghe de ste feste e tanta gente…tanta’
Siete marito e moglie? Me dè setanta Euro;
Se invece non lo siete Alua ghe’n vo nuvanta
La coppia paga e trema. La Zimmer conta e canta
E nu ghe’n frega propiu da Mezanotte Santa”.