NO a tutti i prepotenti

Se chiediamo a un cittadino che cosa auspica per la giustizia, oltre alla ovvia speranza di non essere mai coinvolto in un procedimento giudiziario, ci accorgiamo che le richieste riguardano innanzitutto i tempi troppo lunghi dei processi. Ma la qualità del servizio della giustizia non è materia della “riforma” costituzionale sottoposta al prossimo referendum, che non si occupa minimamente di come rendere più efficiente il lavoro dei Tribunali. La “riforma” è in realtà della magistratura, non della giustizia.

Per mia fortuna non ho mai avuto a che fare con i magistrati: tuttavia conosco cittadini che si lamentano di singoli atti dei magistrati, perché non avrebbero tutelato i loro diritti. Ciò a volte è accaduto e accade. Ma un non corretto funzionamento del sistema non deve comportare uno stravolgimento radicale del sistema stesso. In tal caso temo che i difetti del sistema, oggi patologici, diventino fisiologici, cioè la normalità. Va aggiunto che, se è vero che ci sono colpe dei magistrati, è vero anche e soprattutto che ci sono loro grandi meriti: da studioso di storia, se esamino le vicende tremende che l’Italia ha attraversato dal dopoguerra a oggi non posso non riconoscere che il Paese ha tenuto anche perché hanno retto la magistratura e lo Stato di diritto, nel rispetto della Costituzione. Dalle stragi alla mafia e alla P2 la magistratura ha fatto nel complesso il suo dovere, con una intelligenza e una efficienza che hanno spaventato i terroristi, i mafiosi e i piduisti, al punto da spingerli a uccidere tanti magistrati.

Un’ulteriore considerazione: la demolizione dell’immagine della magistratura in questi ultimi anni deriva certamente da sue colpe ma soprattutto da un disegno “scientifico” di centri di interesse e di potere che vogliono mettere in discussione il ruolo della magistratura nel sistema costituzionale. Perché una magistratura autonoma che fa bene il suo lavoro dà fastidio ai potenti.

Come ha confessato candidamente il ministro della giustizia Nordio in un’intervista al “Corriere della Sera”, la “riforma” della magistratura per cui voteremo fa parte di questo disegno: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. La risposta che dovremmo dare è: “nessun governo, né di destra né di sinistra, deve poter influenzare chi giudica”.

In fondo il referendum non è un tecnicismo da esperti. E’ una domanda secca: vogliamo mantenere intatte le regole costituzionali e le garanzie di autonomia o siamo disposti a renderle più fragili? Io voterò NO per mantenere le regole: non voterò per i magistrati, ma per la libertà del loro giudizio, contro tutti i prepotenti che non vogliono “interferenze” e “invasioni”, che poi altro non sono che i controlli previsti dalla Costituzione.

Veduta delle Alpi Apuane da Punta Bianca (2021) (foto Giorgio Pagano)

Veduta delle Alpi Apuane da Punta Bianca (2021) (foto Giorgio Pagano)

 

Dobbiamo dare un’interpretazione autentica delle ragioni della “riforma”. La questione della separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole, perché di fatto c’è già con la riforma Cartabia. I punti più importanti sono le altre misure: spezzare in tre il Consiglio Superiore della Magistratura, indebolire la componente togata mediante il sorteggio, escludere il ricorso per Cassazione contro le sentenze disciplinari. Il loro effetto combinato è svuotare di contenuto l’indipendenza della magistratura, per metterla un domani al guinzaglio del potere politico, a cui serve più libertà d’azione. Come ha spiegato il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky: “Se aumenti il potere da una parte, lo diminuisci dall’altra, come nei vasi comunicanti. Non esistono riforme costituzionali che vanno bene per tutti: ogni modifica o ritocco alla Costituzione è una riallocazione di potere. Perciò: più alla politica vuol dire meno alla giustizia”.

Non mi pare una bella prospettiva, in un Paese in cui la diffusione della corruzione è tra le più vaste al mondo e in cui è già in atto – in questo clima – una diminuzione delle grosse indagini sui reati nella pubblica amministrazione e sulla mafia. Gli elettori liberali, che sono presenti in entrambi gli schieramenti politici, non possono non riflettere sul fatto che in nessun Paese al mondo ai magistrati è negato il diritto di eleggere i loro rappresentanti. Prima di questo governo, solo Giorgio Almirante, fascista dichiarato, propose nel 1971 il sorteggio dei membri del CSM.

Ma c’è un punto ulteriore della “riforma” che desta preoccupazione. Oggi il pubblico ministero è un giudice, un organo di giustizia, non è pagato per accusare ma per ciò che è giusto fare. Non deve “vincere” ma rendere giustizia, con l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato. La “riforma” spinge invece a sganciare il pm dal giudice, per farlo diventare sempre meno imparziale e sempre più inquisitore, tutto teso ad accusare, fare arrestare, processare e condannare. Un pm imparziale, che ragiona con la testa del giudice e persegue un obiettivo di giustizia, è la migliore garanzia per i cittadini. Se invece il pm diventa un accusatore per principio e ragiona come un poliziotto, smetterà di essere il primo difensore dell’indiziato innocente. Al quale non resterà che rivolgersi a un buon avvocato, se può permetterselo.

Ed è grottesco, se ci pensiamo, che oggi a proporre questa misura siano i sedicenti “garantisti”, quelli che tuonano un giorno sì e l’altro pure contro i magistrati persecutori.

Tutto ciò va soprattutto contro i più deboli e i più poveri. Perché in una società disuguale anche la giustizia non è uguale per tutti. Ci sono i ricchi e i potenti che, spendendo un patrimonio in avvocati, possono impedire ai Tribunali di arrivare alla fine dei processi e permettersi di resistere fino alla “prescrizione”. E ci sono i poveri e gli impotenti per i quali, invece, la giustizia è veloce, e a volte approssimativa. Oggi è già così. Bisogna invertire questa tendenza, non favorirla ancora in direzione di due giustizie sempre più diverse per la classe sociale che sta sotto e per quella che sta sopra.

Oggi tira nel mondo un’aria fetida. I potenti smontano le Nazioni Unite, disprezzano il diritto internazionale e non riconoscono i Tribunali che dovrebbero garantirlo. I giudici e le leggi sono demonizzati in tanti Paesi. Nel mondo della corsa al riarmo, dell’acquiescenza al genocidio, dell’attacco ai diritti e alla dignità umana, dell’accentramento dei poteri, dobbiamo opporci all’onda che avanza. Io sento di dover dire NO.

Post scriptum
La foto che vedete in alto è stata scattata durante un’ascensione al monte Sagro, nelle Apuane. La foto in basso ritrae le Apuane da Punta Bianca. Dal novembre 2023, quando Walter Lambertucci è morto precipitando in un dirupo sulle Apuane, non sono più stato in quei sentieri e in quei monti a me così cari. E non ho più inserito le loro foto, che sono tra le più belle che ho. Ma oggi ricomincio, ho perdonato le Apuane. Sono insidiose, dolorose, ma bellissime. E sono vittime anch’esse: uccise dalle cave che tutto distruggono. Non hanno colpa. A primavera voglio tornare finalmente sul Sagro, ad ammirare il “golfo della luna”. Così bello è solo dall’altra “montagna sacra” che lo cinge, il Gottero. In quella vetta, tra le meraviglie del golfo e delle altre vette, Walter sarà accanto a me.

lucidellacitta2011@gmail.com

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