Musei ecclesiastici, non solo fede: la direttrice Sisti svela il Museo diocesano di Sarzana

I musei ecclesiastici: luoghi “di nicchia”, dedicati solo agli addetti ai lavori o ai fedeli. È davvero così? Risponde Barbara Sisti, direttrice del Museo Diocesano di Sarzana.
“A un convegno iI direttore del museo diocesano di Trento aveva usato un’espressione che trovo calzante, ovvero che i musei ecclesiastici siano ponti per raggiungere le persone. Può e deve essere luogo di catechesi e in cui effettivamente puoi dare forma alla sostanza. Ma non è solo quello. Attraverso la forza dell’arte figurativa, che è straordinaria, attira persone che non hanno per forza la nostra stessa cultura di base, la nostra fede o la nostra religione. Se il Museo è aperto e lo è senza porsi limiti, tenendo salda la propria natura, poiché noi esponiamo opere che provengono dalle chiese della diocesi, i Musei Diocesani sono scrigni che svelano la storia del territorio. Raccontano la storia di un paese, di un’intera comunità”.

Non soltanto la storia religiosa.
“Le grandi famiglie che hanno vissuto in Lunigana, nei feudi Cybo-Malaspina, tutte hanno usato la fede per trovare un loro linguaggio e arrivare a persone che dovevano in qualche modo stupire. Il marchese commissionava la pala della chiesa per mostrare la sua potenza economica”.

Quando nasce la realtà dei Musei Diocesani?
“All’epoca c’erano come Ministro per i beni culturali e ambientali Walter Veltroni e come cardinale Camillo Ruini. La chiesa attraverso la Conferenza Episcopale Italiana ha fatto tantissimo per farli nascere in questi anni: volevano creare presidi territoriali, uffici per i beni culturali delle diocesi, a cui destinare i fondi dell’8×1000 alla cultura. Sono realtà importantissime, seppur piccole”.

Storica dell’arte, donna in un mondo tradizionalmente di uomini,… l’essere donna è stato un ostacolo?
“La passione per il mio lavoro non mi ha mai creato problemi. Non ho trovato particolari difficoltà a farmi strada, anche se in passato c’era forse nei miei confronti un atteggiamento paternalista, non necessariamente di denigrazione, piuttosto bonario. Quando partecipavo ai primi convegni eravamo poche donne e tanti uomini, soprattutto sacerdoti. Oggi direi che la situazione sia opposta: le donne sono in maggioranza. Nei miei primi anni di attività quando andavo alle riunioni vicariali per presentare programmi di schedatura ero sola tra sacerdoti”.

Cos’è cambiato?
“Sono entrate società esterne che gestiscono i Musei dall’interno. Io son direttore a Sarzana con nomina vescovile. Ma è una situazione particolare perché giuridicamente il Museo è gestito dall’associazione Firmafede, un’associazione di sarzanesi che hanno preso a cuore la gestione museale mediante accordi stipulati nel 2003 con la Diocesi. A Massa invece il direttore del Museo per statuto è il direttore dell’ufficio, quindi un sacerdote”.

Com’è arrivata a Sarzana?
“Io sono aullese. Mi sono laureata in storia dell’arte con una tesi sulle opere d’arte della chiesa parrocchiale di San Nicolo’ di Caprigliola, nel comune di Aulla, specializzandomi in oreficeria e tessuti. Nella scelta dell’argomento mi aiutò il professor Giulivo Ricci che mi indirizzò a don Michelangelo Romei, il quale a Caprigliola aveva da poco riscoperto l’archivio parrocchiale e cambiato il punto di vista rispetto alle opere che custodiva,… ne è nata un’amicizia anche con la mia famiglia. E l’amicizia si è estesa al borgo di Caprigliola, da cui ho anche ricevuto un riconoscimento come cittadina onoraria quando ho vinto premio Lunigiana Storica. Ho proseguito seguendo, studiando e raccontando le storie della Diocesi di Massa, Pontremoli e La Spezia e nel momento in cui ho assunto la direzione scientifica dell’Arcidiocesi di Lucca, è diventata mia professione”.

Ha subito trovato lavoro dopo la laurea?
“Ho subito cominciato a collaborare con la Diocesi di Massa. Poi a Sarzana dal 2004 al 2008 sono stata curatrice e sono quindi tornata nel 2018. Sono state tappe importanti, foriere di un arricchimento di esperienza anche nella gestione dei rapporti umani, una dimensione che negli studi non c’era. Sul fronte museale io ho partecipato alla realizzazione del Museo Diocesano di Massa e quello di Pontremoli; quello di Sarzana era già allestito quando sono arrivata. È aperto da vent’anni. Ho dovuto imparare a pensare in modo più… manageriale diciamo”.

La figura del sacerdote è cambiata negli anni?
“Sì: sono pochi e oberati. Hanno necessità di circondarsi di persone che li aiutino nella parte più burocratica che loro rappresentano nella parte legale. Noi dipendiamo da un decreto vescovile: il museo prende in carico le opere le quali però permangono di proprietà della parrocchia di appartenenza”.

Com’è l’approccio con le giovani generazioni?
“Ho imparato che studenti con una scelta di studi simile alla mia si avvicinano facilmente, anche solo per la possibilità di fare stage formativi. Si avvicinano e poi rimangono in contatto. Possiamo vantarci di aver aiutato molti giovani anche a trovare un ambito specifico di professione. Sono vent’anni che ho sempre con me persone fresche e dinamiche con cui collaboro o che collaborano con me e molte sono diventate colleghi, anche in strutture statali o gallerie private. Qualcuno ha abbracciato invece la professione di ricerca in ambito universitario”.

Chi sono i visitatori del Museo Diocesano di Sarzana?
“Da noi vengono sacerdoti in gita, gruppi parrocchiali, suore,.. con loro utilizziamo un determinato linguaggio. Ma vengono anche turisti, scolaresche”,…

Locali?
“In molti a Sarzana possono aver manifestato interesse o sanno che esista il Museo ma non trovano il momento giusto per visitarlo. O forse siamo noi che non abbiamo un linguaggio giusto per avvicinarli… ma l’interesse che suscitano le opere si adatta a tutti, proprio per storia dei luoghi che si adatta a così tante interpretazioni, dall’archeologia alla storia antica. I miei ragazzi hanno saputo gestire possibilità di contatto anche in pandemia. Avevamo inventato il format per i social ‘Una pillola d’arte a settimana’: qualcuno ci ringrazia ancora oggi. Il Museo è innanzitutto un luogo di accoglienza. È bene che sia visitato altrimenti è un deposito”.

I “big” come Brueghel o Pinturicchio richiamano visitatori?

“Sì abbiamo registrato delle impennate. Quando è arrivato Brueghel è stato un effetto immediato, nonostante non avessimo voluto preannunciarlo. C’era tutto il mistero delle cronache, della sostituzione del dipinto, del furto sventato, dell’inseguimento,… Qualcuno ancora oggi non si convince che sia il dipinto autentico. Nell’allestimento precedente era esposto in modo tale che si vedesse anche il retro con le tavole dietro sovrapposte al telaio antico. Una prova di storicità. È un quadro ricercatissimo, eppure è una delle opere che ha meno a che fare con la storia del territorio: arrivato nell’Ottocento, secondo la storia questa marchesa avrebbe regalato il dipinto alla parrocchia di Castelnuovo Magra come la cosa più preziosa. Ma non ha nulla a che fare con Liguria: non è un soggetto tipico, è una Crocefissione completamente diversa, con particolari iconografici unici, un paesaggio nordico, i personaggi vestiti come nelle Fiandre a fine ‘500,… eppure tutti si sentono rappresentati”.

Rimarrà a Sarzana?
“Noi siamo pronti a restituirlo alla chiesa di Castelnuovo anche domani, se ci confermano che vi sono le condizioni per accoglierlo”.

Invece Pinturicchio com’è arrivato?
“È un tipo di operazione diversa, una progettazione fatta di concerto con il Comune di Sarzana, pensata nel’ambito della candidatura a Sarzana Capitale della Cultura. Per noi è bello ricevere questo dono temporaneo: ci permette di raccontare qualcosa di divero. All’interno del Museo non abbiamo artisti rinascimentali, non abbiamo Perugino, non abbiamo Raffaello. Il Bambin Gesù delle Mani del Pinturicchio è lontano anche dal punto di vista geografico ma è stato scelto per il soggetto che è perfetto per un luogo diocesano, dove già sono presenti soggetti di questo tipo”.

Che storia ha il dipinto?
“Pinturicchio lo dipinse 40 anni dopo che il papa sarzanese Niccolò V morì, ma fu proprio papa Parentuccelli a costruire gli ambienti in cui Pinturicchio andò a dipingere. L’opera in mostra è un pezzo di massetto che è stato fatto staccare alla fine del Cinquecento da papa Alessandro VII, Fabio Chigi. Erano più affreschi, ma furono fatti staccare per una serie di motivi nell’ambito di una revisione sulla figura di papa Alessandro Borgia che aveva commissionato le decorazioni poiché si diceva che il volto della Vergine, noto come Testa di Maria, fosse quello di Giulia Farnese, amante di papa Borgia. I frammenti sono stati salvati grazie alla famiglia Chigi, passati per suddivisioni ereditarie. Quello che esponiamo appartiene alla Fondazione Guglielmo Giordano di Perugia, quei Giordano che producono le listone di parquet con cui sono famosi nel mondo. È già stato presentato in varie mostre, tra cui una ai Musei Capitolini dove erano presenti entrambi i frammenti”.

Quando si può vedere?
“Per il periodo natalizio ci sono aperture extra e visite guidate il 27 e il 28 dicembre. È richiesta la prenotazione alla mail diocesanosarzana@gmail.com o 0187 625174”.

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