La strage di Vergarolla, la testimonianza di Claudio Bronzin: “Del fratellino del mio amico ritrovammo solo una scarpetta”

Claudio Bronzin era ancora un bambino di una decina d’anni quando in un pomeriggio d’estate la spiaggia di Vergarolla diventò un inferno: nove tonnellate di esplosivo uccisero oltre cento persone, in un mondo dove la guerra era appena finita ma i grandi dovevano ancora decidere come spartirsi i territori. La sua testimonianza, resa durante la seduta straordinaria del consiglio comunale in Sala Dante per il Giorno del ricordo, restituisce una parte delle sofferenze di centinaia di persone rimaste vittime delle decisioni d’altri, in giochi politici in parte ancora da decifrare. In quella tragedia Bronzin perse alcuni familiari; sua madre e il fratellino che portava in grembo si salvarono per un caso del destino.

“Le foibe sono all’interno dell’Istria, lungo la costa avveniva l’annegamento delle persone e tante fucilazioni, esplosioni. In Istria tutta la zona verde era occupata dalle truppe slave e qui avvenivano le sparizioni notturne, gli uomini sparivano e non si sapeva più niente. Noi a Pola eravamo protetti da un enclave formato dalle truppe alleate. Stavamo tranquilli, sereni, ma eravamo preoccupati perché dall’Istria continuavano a scappare italiani che avevano paura di essere arrestati. Capivamo che eravamo a rischio perché anche Pola stava per forza di diventare jugoslava, i quattro grandi di Parigi avevano quasi già deciso” ha raccontato dal palco della Sala Dante.

“Il 15 agosto del 1946 abbiamo fatto una manifestazione d’italianità nell’arena: ventimila persone, abbiamo finito cantando forse per mezz’ora, urlando ‘Italia, Italia’ – ha ricordato -. Ma l’Italia aveva perso la guerra e non poteva sentirci. Ci ha sentito qualcun altro, ci ha sentito quella polizia segreta di Tito, l’Ozna, che si è accorta che mentre in tutta l’Istria aveva fatto con le sparizioni terrorismo per fare pulizia etnica degli italiani, a Pola non era riuscito quasi niente, solo nei quaranta giorni del ’45 era sparita un po’ di gente, novecento persone”.

Poi, il racconto di quella tragica giornata: “A Vergarolla c’erano centinaia di persone, bandiere, gente in festa per assistere alle gare natatorie della Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri ‘Pietas Julia’. Io ero lì con tutta la famiglia Bronzin. Giocavo con i miei amici su dei cilindri, dei residui bellici abbandonati; per noi era materiale innocuo, nessuno pensava che lì c’erano nove tonnellate di esplosivo. Qualcuno però lo sapeva, lo sapeva certamente il comando militare alleato e lo sapeva l’Ozna, perché la Jugoslavia voleva questo esplosivo come bottino di guerra. Alle 14.10 ho sentito un colpo secco, l’innesco. Ho alzato gli occhi e ho visto un’immensa colonna di fuoco, polvere, fumo. Sembrava una bomba atomica.

Mio padre ci ha lasciati dallo zio ed è corso a cercare le sorelle, i nipoti. In quel tempo interminabile io vedevo i soccorsi e ricordo i gabbiani: urlavano, si buttavano sui piedi, sugli alberi, nel mare. Io ragazzo ingenuo pensavo fossero impauriti; no, si chiamavano per banchettare, perché i morti sono volati in cielo, da tutte le parti. Per tanti mesi a Pola nessuno ha mangiato pesce, perché anche i pesci hanno banchettato. Una strage di centotrenta morti su trentaduemila abitanti”.

“Il dottor Micheletti era l’unico chirurgo presente. Quando ha sentito la bomba è corso subito all’ospedale e si è trovato davanti a una strage – ha spiegato ad una folla in silenzio e profondamente colpita dalle sue parole -. Gli hanno detto che lo scoppio era a Vergarolla e si è sentito mancare: aveva lì i figli, il fratello, la cognata. Il dottor Micheletti ha continuato a operare per ventisei ore, non ventiquattro, perché solo alle 16 del giorno dopo è andato a cercare nella baia suo figlio Renzo che non si trovava, mentre dell’altro figlio, Carlo, era stato trovato il corpo. Di Renzo è stata trovata solo una scarpetta”.

Poi, un ricordo ancora più intimo e familiare legato alla decisione, di allontanarsi da Pola, dolorosa e necessaria per mettere in salvo tutta la famiglia. Nel corso della testimonianza Bronzin ha illustrato tante fotografie, tra queste anche l’ultima scattata Pola con i genitori e il fratellino.

Claudio Bronzin

Bronzin ha raccontato poi il momento della partenza: “Abbiamo capito cosa potevamo aspettarci. In pochi mesi abbiamo imballato i mobili. Finita la caricatura del vagone ferroviario, mio padre disse al ferroviere che i mobili dovevano andare nella città italiana più lontana dai confini. Il ferroviere scrisse Firenze, e io sono diventato fiorentino. Mio padre diceva sempre: ‘Ricorda, noi siamo italiani con la I granda’. E io me lo ricordo ancora, perché quando è suonato l’inno di Mameli, l’ho cantato con la mano sul cuore”.

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