Il ministero della Giustizia ha chiesto di costituirsi parte civile e un risarcimento di cinque milioni di euro per le spese processuali nell’udienza preliminare relativa a un filone della maxi inchiesta che, nel maggio 2024, ha portato all’arresto dell’ex presidente della Regione Giovanni Toti.
Analoga richiesta è arrivata dal ministero dell’Interno, che ha quantificato in 500 mila euro il presunto danno d’immagine subito.
Il giudice Giorgio Morando ha rinviato al 9 aprile la decisione sull’ammissibilità delle costituzioni di parte civile e sulle eccezioni di legittimità costituzionale sollevate dalle difese dei 18 imputati. Secondo i legali, infatti, la normativa contestata dovrebbe essere applicata alle elezioni comunali e non a quelle regionali. Il 23 aprile, invece, sarà il turno delle eventuali richieste di riti alternativi.
Il procuratore aggiunto Federico Manotti e il sostituto Luca Monteverde hanno chiesto il rinvio a giudizio per l’ex capo di gabinetto della Regione Liguria, Matteo Cozzani, e per l’attuale presidente dell’Autorità di sistema portuale dei mari Tirreno meridionale e Ionio, Paolo Piacenza, oltre che per altre 16 persone.
È già uscito dal procedimento un elettore che ha ottenuto la messa alla prova dopo aver ammesso di aver ricevuto promesse di lavoro dall’ex consigliere regionale Stefano Anzalone in cambio di voti. Tutti gli imputati hanno ancora la possibilità di optare per riti alternativi.
Alla maggior parte di loro la Procura contesta il reato di corruzione elettorale in relazione alle elezioni regionali del settembre 2020, vinte dal centrodestra e dallo stesso Toti. Tra gli imputati figurano Cozzani, i gemelli Maurizio e Arturo Angelo Testa, Anzalone e Umberto Lo Grasso, ex consigliere comunale a Genova. A Piacenza viene invece contestata l’omessa denuncia.
Per Cozzani l’accusa è aggravata dall’ipotesi di aver agito “al fine di agevolare” Cosa Nostra, in particolare il clan Cammarata. La stessa aggravante è contestata ai fratelli Italo Maurizio e Arturo Angelo Testa e all’ex sindacalista della Cgil Venanzio Maurici, ritenuti referenti della comunità riesina di Certosa. L’aggravante mafiosa non viene invece contestata ad Anzalone, Domenico Cianci e Lo Grasso.