Monterosso ritrova il tennis con il nuovo campo delle Riviere. Panatta: “L’entusiasmo di oggi è merito di Sinner e Berrettini”

“Ti hanno gabbato hanno inaugurato un campo da tennis qui, oggi, pensavano fossi morto te lo volevano intitolare”. Vergassola dall’arena sul mare di Monterosso scherza con il superospite della rassegna, Adriano Panatta. È una bella giornata di tennis, tra memorie e orizzonti futuri. Non soltanto quelle personali del carismatico Panatta, ma di tutto il paese. Non lo si voleva morto, il fuoriclasse tennista degli anni Settanta. Casomai presente all’inaugurazione, vivo e magari palleggiante. Anche a distanza di anni da quei successi che lo hanno consacrato, Panatta porta con sé la gioia del tennis. Lui guarda sullo schermo le immagini del pomeriggio di festa: dopo venticinque anni, al frinire delle cicale tornano ad accompagnarsi i tonfi delle palline al rinato, neonato campo delle Riviere. Presente l’amministrazione, i tecnici, i pubblici ufficiali, civili e militari, il parroco don Alberto con la passione dello sport “in pandemia ho imparato a giocare al ping-pong magari qualcosa vengo a provare” e soprattutto i bambini, residenti e villeggianti ugualmente eccitati della novità.




Generico luglio 2026


 

“Non è certo merito mio, questo nuovo prato”, commenta Panatta quando le immagini dell’inaugurazione del giorno sono passate. “È merito di Sinner, Berrettini, di tutti questi giovani vincenti che accendono gli entusiasmi”. Venticinque anni fa era in terra rossa, quel prato. Quella terra rossa su cui Panatta batte Borg due volte. “E pensavo che lui mi avesse battuto soltanto una volta, invece ho riguardato e sono due. Allora due volte sconfitto, due volte vincente”. Tempo di chiacchiere, tempo di ricordi.
“Su quella terra rossa mi ci ero rovinato le ginocchia”, aveva detto qualche ora prima Guido, che abitava poco più sopra al campo da tennis. Non quello del Roland Garros ma delle Riviere. Alle Riviere è più facile ricordarlo in sella alla sua motocicletta che non con la racchetta in mano, ma assicura partite in doppio col suo amico Lorenzo: “Quando passava di qui, si usciva ricoperti della polverina rossa”. Alberto invece le ginocchia le ha perse sugli sci, è torinese e tutt’ora è un grande appassionato di tennis “Ci ha messo troppo a riaprire! Venivamo qui su anche nelle ore più calde, quanto ho giocato! Il gusto di scambiare due battute però me lo verrò a togliere”. La moglie sospira. Poco lontano c’è Billy, lo storico custode che sorride. La sua figura è sempre atletica e chi frequentava il campo ha un déjà-vu: alto, scarpe da tennis, avanti e indietro, sistemava il campo e teneva in ordine anche tutto il perimetro circostante. “E sempre, prima di chiudere il cancello, si metteva a palleggiare contro il muro”. La cura passa dalla passione.

Il sindaco Francesco Sassarini lascia che sia il vicesindaco Marco Gaione a raccontare le tappe che hanno portato al progetto odierno. “È stato un vero lavoro di squadra. Fortemente voluto da questa amministrazione. Ci avevano un po’ presi per matti perché non c’era più niente: s’intravedeva il perimetro del muro ma qui c’erano solo canne. Ci hanno salvato i ricordi del passato. Anche io faccio parte dei ragazzi che frequentavano il tennis sotto la regia di Billy. Siamo riusciti ad acquistare il terreno con i proventi della tassa di soggiorno, per questo dico che in questa riqualificazione c’è il contributo di tutti”. Non è un traguardo, ripete Gaione, ma una tappa. “Vi invito a guardare il progetto completo, con la palestra panoramica con ampie vetrate e il campo da padel in progettazione qui sotto, ma vi invito anche a vedere quello che vogliamo realizzare nella collina di Padre Semeria per i bambini e per i ragazzi”. Una difficile eredità, quella degli spazi in Liguria.




Marco Gaione


“Questo campo è una fortuna – dice Guia Solari, testimonial dell’inaugurazione -. Sono felice di essere qua. Sono appena rientrata dai Campionati Italiani di Seconda Categoria, faccio gare a livello europeo, sono di Levanto. Ho deciso di intraprendere la carriera nel tennis dopo gli studi superiori. E vi assicuro: avere un campo d’appoggio è un’occasione. Anche per me!”.
“Non è un caso se il tennis torna a Monterosso in un momento straordinario del tennis italiano – commenta Stefano Massari, mental coach della Federazione, il quale è con Guia Solari a scambiare i primi passaggi alle Riviere -. È una possibilità immensa che si apre. È un perimetro dischiuso sugli anni futuri”. Il futuro è già in campo, rappresentato dagli allievi della scuola di Junior Tennis di San Benedetto. I bambini si mescolano alla festa, si brinda con i vini locali di Vétua nell’artistico buffet organizzato dalla Pro Loco di Monterosso, ci si scambiano racchette perché tutti vogliono battere. È una gioia.

Stefano Massari si ritrova la sera con Adriano Panatta nella cornice del Festival “Un mare di discorsi” di Dario Vergassola al Molo dei Pescatori. Panatta ha quel modo genuino, un po’ romano, di farti sentire come un suo compagno di stanza. Si è divertito, nella sua vita. Un bon viveur. Affabulatore, curioso, ironico, competente. “Ma da dove viene la parola sciacchetrà? Ho sentito dal tassista che qui al cimitero c’è una donna morta il 30 febbraio”. Vergassola punzecchia, a suo modo, dividendo il palco come una rete. Massari e Panatta si prestano con eleganza dettando cambi di velocità e traiettorie. “Basta con le battute sulle amanti, ormai c’ho cent’anni!”, esclama Panatta. L’Adriano ragazzo che faceva il raccattapalle si confronta con la figura nata nel ventesimo secolo del mental coach, Massari.
“Negli anni Settanta la Federazione decise di farci parlare con uno psicologo. Andammo tutti a parlare con un luminare, Antonelli, all’Acquacetosa. Quando toccò a me, mi disse: lei ha un problema? Io tanti ma non a giocare a tennis, risposi. E allora lui: ho capito, può andare. Noi eravamo felici. Adesso piangono tutti”. Il gioco è cambiato, ricorda Massari. Concorda Panatta: “Oggi i tennisti sono molto più dedicati, molto più controllati, tutto è programmato, c’è un estremismo dell’allenamento e questo crea problemi. In un’intervista recente mi chiesero ma se ti fossi allenato di più, avresti vinto di più? Beh, forse, ma sarei stato più felice?”.
Tattica, segreti non proprio segreti da spogliatoio, confronti tra ieri e oggi, osservazioni sui campioni attuali. Massari gestisce Berrettini, Panatta commenta Sinner che “ha cambiato servizio in 6 mesi. Sennò non avrebbe vinto Wimbledon”. E la Paolini, piccolina, ma veloce e intelligente. “L’unica cosa che ci accomuna, tra tennisti di ieri e di oggi è la solitudine. Io manco avevo il coach”. E i ragazzi di oggi sono così poco inclini alla solitudine.
“La maglietta rossa dai raccontala ancora”. Contrariamente alle battute di Vergassola, gli aneddoti di Panatta li ascolteresti altre cento volte. Si va nel Cile di Pinochet: “Una volta la Coppa Davis si giocava in tre giorni: due singolari il venerdì, il doppio il sabato e i singolari la domenica. Venerdì sera sono andato in camera di Bertolucci. Giocavamo con la stessa marca, la Fila, io gli chiedo se ha portato la maglietta rossa. Era nudo in mutande, hai mai visto Bertolucci nudo? Mi dice, così, nudo, che la maglietta rossa non l’avrebbe certo indossata, te sei matto qui ci arrestano. Ho insistito. L’hai portata? Te la metti. Non se ne è accorto nessuno della maglietta. Nessuno. Il capitano non sì è accorto di niente il presidente federazione niente. I giornalisti non l’hanno scritto. Noi siamo stati zitti. Passati trent’anni una sera vado a cena dal regista Mimmo Calopresti, per caso racconto l’aneddoto, lui ci gira un docufilm, presentato al Festival di Roma”. Non ama mitizzare, Panatta. “A Formia giravo col Manifesto sottobraccio solo per far arrabbiare il mio maestro Belardinelli. Pietrangeli era monarchico, Bertolucci liberale”. Ci s’immagina gli scherzi, tra questi ragazzi di sport. “E quella volta che Bertolucci mi fregò le scarpe…!”. Come sempre, Paolo Bertolucci e Adriano Panatta sono in doppio, anche nell’assenza dell’altro. Compagni di Davis, compagni di stanza, oggi compagni di podcast, quella virile amicizia fatta di scaramucce e felpato affetto anima anche l’arena sul mare. “Ma non è giusto lui non è qui a risponderti! L’anno prossimo invitiamo Bertolucci e te stai a casa a subire!”, chiosa Vergassola.

Storie note, storie ripetute. Storie che vorresti continuare ad ascoltare. All’ultimo, un omaggio da parte dell’amministrazione comunale: una racchetta da tennis in ceramica dove il panorama tra le stringhe è quello di Monterosso al Mare, pezzo unico di Fabbrica d’Arte.
“Ma voglio chiudere con un aneddoto. Giochiamo un’esibizione a Marbella. Io, Borg Gerulaitis e Năstase. Era il 1978 e in palio c’erano 50mila dollari. Domenica sera la finale al Puerto Romano inaugura il Regine, il massimo della notte a Parigi. Ci invita una donna simpaticissima, c’era anche Lucia Bosé. Borg beve vodka. Io non potevo bere perché una settimana dopo avevo la semifinale di Coppa Davis Italia-Australia. Borg beve tanta vodka. Si fa mezzanotte e mezza, io premo per andare a letto. Björn mi riprende , ‘you are my friend you stay with me’. Beve un’altra bottiglia. Alle due lui si alza e fa strike con dieci tavoli. Lo prendo sulle spalle e lo porto in camera. A Puerto Romano erano tutte scale. Non si ricordava quale fosse la camera, alla fine la trovo e lo butto sul letto pensando ai facili 50 mila dollari che avrei vinto l’indomani… il giorno dopo in campo mi dà 6-2 6-2 e mi sorrideva dicendo ‘I feel great’… capito che tipo?”.
Al tennis delle Riviere di Monterosso ci sarà anche un bar. Si consiglia di tenere in cambusa qualche bottiglia di vodka. Chissà se il mental coach Massari approva…




Il nuovo campo da tennis a Monterosso


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