In dieci anni, dal 2015 al 2025, sono aumentati del 30,6% i pubblici esercizi del centro storico cittadino, con una variazione in positivo di 67 locali. I dati sono il frutto di un’analisi di Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne. Sotto la lente d’ingrandimento dell’associazione di categoria quattro tipologie di esercizi: ristorazione con servizio, ristorazione senza servizio (take away), gelaterie/pasticcerie e bar.
Il quadro che restituisce l’analisi è diversificato e complesso, a livello nazionale si registra una flessione del 3,7% rispetto al 2015, con una perdita netta che sfiora le 10.000 imprese. Il calo delle attività è stato registrato soprattutto nel nord e nel centro della penisola. Tuttavia La Spezia è in contro tendenza rispetto ai dati nazionali, si posiziona infatti al nono posto per crescita degli esercizi e a livello regionale risulta l’unica città ad aver avuto un incremento dei pubblici esercizi.
L’analisi permette inoltre di distinguere l’evoluzione degli esercizi tra centro storico e resto del territorio urbano per ogni categoria esaminata (ristorazione con servizio, ristorazione senza servizio (take away), gelaterie/pasticcerie e bar).

Crescono maggiormente i pubblici esercizi nel centro storico, mentre calano nelle periferie. Nel 2015 le attività di ristorazione con servizio erano 188: di queste, 87 si trovavano nel centro storico e 101 nelle aree periferiche. Dieci anni dopo, nel 2025, il centro storico ha registrato una crescita importante, arrivando a 140 attività (+60,9%), mentre la periferia ha subito una lieve flessione, passando da 101 a 98 esercizi (-3,0%). Complessivamente, le attività di ristorazione con servizio sono salite nel 2025 a 238, con un incremento del 26,5% rispetto al 2015.
Diversa la situazione dei bar, che evidenziano un leggero calo complessivo. Nel 2015 gli esercizi erano 218, di cui 96 nel centro storico e 122 in periferia. Nel 2025 il totale è sceso a 216 (-0,9%). A determinare questa lieve contrazione è soprattutto la diminuzione nelle aree periferiche, dove i bar sono passati da 122 a 108, mentre nel centro storico si è registrato un aumento, da 96 a 108 attività.
Segno negativo anche per gelaterie e pasticcerie. Nel 2015 erano complessivamente 31, di cui 18 nel centro storico e 13 in periferia. Nel 2025 le attività sono scese a 25: nel centro storico sono diminuite da 18 a 12, mentre nelle aree periferiche sono rimaste stabili a 13. La variazione complessiva è pari al -19,3%.
In crescita, invece, la ristorazione take away. Nel 2015 le attività erano 51, con 18 esercizi nel centro storico e 33 in periferia. Nel 2025 sono diventate 57, di cui 26 nel centro storico e 31 nelle aree periferiche. Nel complesso il settore registra una crescita dell’11,8%, grazie all’espansione delle attività nel centro storico.

“Lo scorso marzo, nel corso dell’undicesima edizione dell’Osservatorio Città e demografia d’impresa, l’Ufficio Studi di Confcommercio ha rivelato che tra il 2012 e il 2025 La Spezia ha perso il 29% delle attività commerciali. Tali dati sono confermati dal focus sui pubblici esercizi che ha messo in luce come nel centro storico cresca sempre di più la concentrazione della somministrazione – dichiara la presidente di Fipe Confcommercio La Spezia, Martina Riolino –. Stiamo perdendo l’equilibrio del tessuto commerciale della città. Credo che dovremmo cogliere questa occasione per chiedere l’aggiornamento del piano del commercio, che risale al 2015 e fotografa una città completamente diversa da quella di oggi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di governare lo sviluppo del centro storico, tutelando la pluralità dell’offerta commerciale, il commercio di vicinato, i servizi ai cittadini, la vivibilità urbana e anche la nostra identità enogastronomica. Oggi, per aprire un’attività nel settore della ristorazione nel Comune della Spezia, è necessario rispettare almeno dieci requisiti. Tuttavia, alcuni di questi risultano troppo generici e poco selettivi. Solo per citarne alcuni tra quelli obbligatori: l’utilizzo di fondi non utilizzati per attività commerciali o artigianali da almeno cinque anni, l’obbligo di dotarsi del Pos per i pagamenti elettronici e la promozione di materiale informativo di interesse per la comunità. Si tratta di condizioni che non rappresentano un vero filtro sulla qualità e sulla preparazione imprenditoriale di chi avvia un pubblico esercizio, soprattutto perché alcuni punti sono già obbligatori per legge (l’utilizzo del Pos). Il risultato è che aprire un’attività di somministrazione diventa fin troppo semplice, con il rischio di favorire iniziative improvvisate. Come dimostrano città come Firenze e Napoli, non si tratta di limitare la concorrenza, ma di programmare lo sviluppo delle aree più delicate attraverso criteri urbanistici e qualitativi, evitando la monocultura commerciale e valorizzando le attività che rappresentano davvero il territorio. Non vogliamo limitarci a fotografare un problema, ma chiedere al Comune di avviare un percorso per un nuovo piano del commercio, capace di guardare ai prossimi vent’anni e di preservare non solo l’equilibrio economico del centro, ma anche la qualità urbana e la tutela dell’enogastronomia e delle eccellenze locali”.
Secondo lo studio di Confcommercio, un’eccessiva concentrazione dell’offerta porta allo sviluppo di forme di ristorazione con spazi ridotti all’osso. Spinte da affitti ormai insostenibili e da costi di gestione sproporzionati, molte attività si trasformano in locali di metratura ridotta senza servizio e con poco personale. Questa proliferazione di take away, orientati in moltissimi casi a forme di vendita aggressive e focalizzati principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, produce pesanti esternalità negative. L’abuso di alcol, il rumore e il degrado urbano danno vita a forme di malamovida che penalizzano cittadini e imprenditori.
“Quello che stiamo vivendo nel settore dell’ospitalità non è una crisi ciclica, ma un collasso strutturale – ribadisce il presidente provinciale Fipe La Spezia, Diego Sommovigo –. Quarant’anni fa ristoranti e hotel erano una risposta a un bisogno reale. Esistevano perché servivano, mangiare fuori non era un gesto quotidiano, ma una scelta. Allo stesso modo aprire un locale era un atto raro, ponderato, spesso l’ultimo gradino di un percorso lungo anni. Non bastava l’entusiasmo, servivano mestiere, capitale, reputazione e soprattutto tempo. Lo scenario è completamente mutato, il ristorante è diventato una scorciatoia, un “piano B” occupazionale. Se in pochi decenni l’offerta è quintuplicata, la domanda no. Troppi locali inseguono gli stessi clienti, negli stessi giorni, con gli stessi menù e stessi prezzi. Il risultato è un’ecatombe con locali che aprono stanchi e chiudono stanchi, professionisti che abbandonano il mestiere e giovani che decidono di guardare ad altri settori”.
I numeri forniti dall’associazione di via Fontevivo fotografano chiaramente l’andamento della parabola del commercio e del comparto ristorativo, col primo in netta difficoltà e il secondo che, al contrario, sembra non voler arrestare una crescita legata più a ragioni congiunturali che a una visione strutturale e di lungo periodo.
Fenomeni opposti, di cui si parla da anni, ma che oggi sono al centro del dibattito rilanciato nei giorni scorsi da Città della Spezia raccogliendo il malumore espresso da alcuni ristoratori del centro cittadino. Proteste che non appaiono legate a criticità puntuali, ma piuttosto all’andamento ben descritto dai dati degli ultimi dieci anni.

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