Scenari Urbani: “Spezia, città-tornello con settecento cucine”

“Abbiamo letto lo sfogo dei ristoratori del centro storico sui tavoli vuoti e sul turismo in calo. Ma davvero dovrebbe sorprenderci? Spezia è una città di mare negato e di passaggio. L’Arsenale e il porto le hanno sottratto il rapporto diretto con il mare, mentre per il turismo internazionale è soprattutto la porta d’accesso alle Cinque Terre. Il visitatore dorme qui, parte al mattino, trascorre la giornata altrove e torna la sera. I circa settecento locali censiti sulle piattaforme finiscono così per contendersi una domanda debole e instabile, che dipende da fattori esterni: basta una flessione dei flussi o un aumento dei costi di trasporto perché il sistema entri in crisi.

La diagnosi dei ristoratori è condivisibile. Meno convincente è la terapia proposta: limitare nuove aperture per proteggere chi è già presente sul mercato. Da quasi trent’anni, però, chiunque può aprire un’attività assumendosi il rischio d’impresa. Deve valere per chi vuole investire oggi come è valso per chi lo ha fatto ieri. Se un nuovo locale fosse di qualità, con prezzi corretti, dipendenti ben pagati e dehors rispettosi dello spazio pubblico, perché impedirne l’apertura?

Molti di coloro che criticano il turismo “mordi e fuggi”, inoltre, sono gli stessi che hanno investito negli affittacamere, beneficiando proprio di quel modello. È una contraddizione evidente.

Una regolazione del commercio turistico è certamente opportuna, ma dovrebbe essere pensata nell’interesse della città e dei residenti, non per difendere rendite di posizione. Città come Firenze, Amsterdam, Barcellona e Dubrovnik sono intervenute da anni con limiti agli affitti turistici, ai dehors o alle nuove attività dedicate esclusivamente ai visitatori. L’obiettivo era preservare la vivibilità urbana.

Il Comune, invece, ha lasciato crescere il fenomeno negli anni in cui sarebbe stato possibile governarlo, tra il 2017 e il boom post-pandemia. Ogni nuova apertura veniva celebrata come segnale del rinascimento turistico. Oggi, esaurita la fase espansiva, si invocano regole che allora nessuno voleva.

Anche la scommessa sulle crociere rischia di rafforzare un modello poco vantaggioso. Il crocierista trascorre poche ore in città, consuma poco e riparte rapidamente verso altre destinazioni. Ai residenti restano traffico, inquinamento e costi dei servizi.

La vera occasione è invece Calata Paita. Se gli oltre ottantamila metri quadrati restituiti alla città diventeranno un waterfront vivo, con verde, cultura, spazi pubblici e un rapporto finalmente diretto con il mare, Spezia potrà costruire una propria attrattività, anziché vivere come semplice anticamera delle Cinque Terre.

Soprattutto, è necessario smettere di raccontare che il turismo rappresenti il futuro economico della città. L’esperienza di molte realtà europee dimostra che un’eccessiva dipendenza dal turismo produce lavoro precario, aumenta il costo della vita, rende difficile trovare casa e lascia l’economia esposta a qualsiasi crisi internazionale.

Gli effetti sono già visibili: gli appartamenti diventano affittacamere, i residenti fanno fatica a trovare alloggi e gli studenti pagano affitti sempre più elevati nelle città universitarie.

Eppure la Spezia possiede un’altra vocazione. L’economia del mare richiede ingegneri, tecnici specializzati, carpentieri, operatori qualificati e competenze avanzate che oggi le imprese faticano a reperire. È qui che dovrebbero concentrarsi formazione e investimenti.

Il futuro dei giovani spezzini non può essere scegliere tra fare il cameriere o lasciare la città. Il turismo può rappresentare un’integrazione importante dell’economia locale, ma non può sostituire un sistema industriale moderno e competitivo.

Resta infine un problema decisivo: dove vivranno domani gli operai specializzati, i tecnici e gli ingegneri che vorremmo attrarre se gran parte del patrimonio abitativo continuerà a essere convertito in strutture ricettive?

Insomma, continuiamo a ripetere che “il turismo è il nostro petrolio”: inquina, aumenta di prezzo, è controllato da altri, è volatile, non è sostenibile e alla lunga rende tutti sempre più poveri. Speriamo non ci porti anche la guerra!”.

Scenari Urbani
Ideatore e coordinatore architetto Giacomo Paladini
Direttore tecnico architetto Fabrizio Esposito

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