La storia della città attraverso il Fondo pergamene della Mazzini: completato il restauro

È stato ultimato il restauro del Fondo pergamene della Biblioteca civica Ubaldo Mazzini e dell’Archivio storico comunale della Spezia. L’intervento di conservazione e valorizzazione, avviato a inizio 2025 su autorizzazione della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Liguria e affidato al laboratorio Litterae di Stefano Croce, ha interessato l’intera collezione. Il fondo si compone di cinquantacinque documenti che coprono un arco temporale compreso tra l’undicesimo secolo e i primi anni dell’Ottocento. I testi presentavano danni accumulati nel tempo, legati a umidità, pieghe, abrasioni e macchie, rimossi attraverso operazioni di spolveratura, pulitura, risarcimento delle lacune e spianamento, seguite dalla realizzazione di appositi contenitori conservativi.




Pergamene assessori e sindaco Biblioteca Mazzini


Il nucleo documentario fu originariamente costituito dai direttori Ubaldo Mazzini e Ubaldo Formentini per approfondire la storia del territorio. La prima acquisizione risale al 1902, quando il Comune della Spezia comprò un iniziale blocco da un collezionista privato di Sarzana per 350 lire. Successivamente, nel 1956, lo studioso Emilio Cerulli pubblicò il regesto delle prime quarantacinque carte nel Giornale Storico della Lunigiana.

Sul significato dell’operazione, il sindaco Pierluigi Peracchini ha evidenziato come il restauro di questi documenti rappresenti un modo concreto per riscoprire le radici del territorio ed esplorare i cambiamenti della città nel tempo, dalle istituzioni al tessuto economico e politico, fino alla toponomastica, tramandando così la memoria storica alle future generazioni.

Le caratteristiche dei documenti restituiscono informazioni sulle dinamiche politico-sociali, sull’economia delle comunità monastiche, sulla storia feudale della Lunigiana e sulla toponomastica locale. All’interno dei testi si trovano infatti i riferimenti più antichi a località come Albana, Varignano, Fezzano, Panigaglia, Portovenere, Campiglia, Fabiano e Marinasco. Una parte rilevante, formata da sedici unità studiate nel corso del Novecento dallo storico Giorgio Falco, riguarda le carte del monastero benedettino di Santa Maria e San Venerio del Tino, edificato intorno al 1050, i cui atti registrano donazioni, diritti e rapporti feudali tra la Lunigiana e la Liguria orientale.

Gli esempi concreti all’interno del fondo mostrano l’evoluzione di questi legami. La storia feudale e i passaggi di proprietà tra laici emergono ad esempio nell’atto del settembre 1201, con cui Guglielmino Bianco di Vezzano vendette il castello, la torre e il palazzo di Vezzano ai Malaspina per mille soldi imperiali, definendo un vincolo di vassallaggio e di difesa comune. L’economia monastica e agricola si riflette invece nei contratti e nelle donazioni, come il passaggio di terreni coltivati a viti e fichi a Fabiano nel 1199, o la concessione del 1260 firmata dal notaio Giona di Portovenere. In quest’ultimo testo, l’abate del Tino assegnava un terreno sull’isola Palmaria, nella zona dell’attuale Pozzale, stabilendo un canone annuo in genovini, vino, una libbra di pepe e un’oncia di zafferano.

Sotto il profilo politico e istituzionale, i testi mostrano la rete di protezione e l’indipendenza delle comunità religiose rispetto ai poteri temporali. I documenti più datati portano le firme del marchese Alberto nel 1051 e del marchese Guido nel 1052, con donazioni di beni a Varignano, Panigaglia e Cignano alla chiesa del Tino. Di rilievo sono poi le bolle papali: quella di Alessandro II del 1063, che pose il monastero sotto la tutela della Sede apostolica menzionando le isole Palmaria, Tino e Tino minore, e quella di Gregorio IX del 1231, che ne confermò i possedimenti estesi fino alla Corsica, incluse le decime di Portovenere e Campiglia.

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