Giovani e violenza, gli studenti sanno come chiedere aiuto ma il 17 per cento la ritiene “a volte necessaria”

Chi va ancora a scuola ed è adolescente conosce bene il mondo che lo circonda e ha chiari una serie di pericoli che vive anche con una certa pressione; ha bisogno di essere ascoltato, altri ancora vedono in famiglia, scuola e insegnanti un punto di riferimento. Parte da qui la restituzione del progetto “Insieme contro la violenza”, presentato questa mattina in Provincia da Consulta provinciale femminile della Spezia, associazione Casa delle donne, Ufficio scolastico provinciale e Asl5. Un progetto partito nel 2023 dopo un confronto proprio tra i banchi di scuola, nato dall’ascolto durante un convegno dedicato alle tutele giuridiche ed economiche, durante il quale ci si rese conto di quanto i giovani fossero spesso inconsapevoli nel riconoscere certi comportamenti come violenza.

Il percorso è stato promosso da Sara Parizi, Elisabetta Barbana e Annarosa Caruso. “Il nostro intervento nasce dalla volontà di creare una rete reale tra territorio e istituzioni”, ha esordito Sara Parizi, sottolineando l’apporto dell’associazione. “La Casa delle donne ha fornito un contributo sostanziale attraverso le proprie volontarie, avvocate e psicologhe, in un’ottica di generoso volontariato che punta a fare rete. Siamo fiere di questo progetto, perché ha rappresentato un punto di riferimento: più di una giovane si è rivolta a noi dopo il percorso fatto a scuola”. Elisabetta Barbana ha aggiunto: “Dalle relazioni del 2023 è emerso che i giovani sono coinvolti nel tema della violenza, spesso con una profonda inconsapevolezza. Abbiamo scelto di entrare nelle classi terze e quarte perché la scuola è l’ambiente, dopo la famiglia, che aiuta i ragazzi a stare in società. Spesso i modelli che incontrano sono fuorvianti e le famiglie non sono supportate abbastanza: il nostro obiettivo è sperare che questo intervento diventi una costante”.

L’avvocato Annarosa Caruso ha poi evidenziato l’impegno operativo: “Questo è avvenuto grazie alla sinergia tra gli enti che hanno collaborato, Consulta, Casa delle donne, Ufficio scolastico provinciale, Asl – educazione salute e prevenzione, tutti – ci tengo a sottolineare – rappresentati da donne”. “Io sono intervenuta nel 2025 presso la scuola di alfabetizzazione Cpia e quest’anno presso una quarta classe del liceo Mazzini e con una psicologa volontaria della Casa delle donne, per rispondere alle domande degli alunni che sono state raccolte dopo la somministrazione del questionario anonimo e la elaborazione delle risposte in termini percentuali da parte di Asl. Sia gli adulti nel primo caso sia gli alunni si sono mostrati interessati e collaborativi; abbiamo approfondito e spiegato le forme di violenza che risultavano meno conosciute dagli alunni e sollevato il dibattito. Ritengo che la cosa più importante sia stata dare ai ragazzi la consapevolezza che ci sono molte possibilità di essere aiutati in ogni caso di violenza (insegnanti, genitori, centri di ascolto, centro antiviolenza, medico di famiglia, forze dell’ordine)”. Antonella Dezzani dell’Ufficio scolastico provinciale ha ricordato la genesi amministrativa: “Barbana e Caruso vennero in ufficio e da lì è partita la catena che ha portato a sei manifestazioni di interesse da parte degli istituti”. Sulla necessità di presidi permanenti, Caruso conclude: “Al proposito ho pensato che ci dovrebbe essere uno psicologo a disposizione di alunni e insegnanti per ogni scuola, da definire a livello legislativo”.

L’indagine ha coinvolto 107 studenti di 6 istituti secondari, con un tasso di rispondenza dell’86 per cento. Roberta Valdi, responsabile del servizio di Epidemiologia ed educazione alla Salute dell’Asl 5, ha spiegato la metodologia: “Siamo stati coinvolti con una richiesta di aiuto metodologico. Abbiamo proposto un questionario per capire da dove si partiva, valutando le preconoscenze sui temi della violenza e gli atteggiamenti”. Per i ragazzi, la violenza più diffusa è quella digitale (76,6 per cento), seguita da quella psicologica (57,9 per cento) e fisica (49,5 per cento). “Per loro non è online, è vissuto; è un dato che riflette la grande frequenza dell’ambiente digitale”. Sul fronte della consapevolezza, il 76 per cento condanna la violenza, ma il 17 per cento la ritiene “a volte necessaria”. Valdi precisa: “La metà identifica i problemi di salute mentale come causa, ma è un dato ambivalente: sono spesso una conseguenza, non la causa; le persone fragili sono a volte più vittime”. In caso di assistenza, il 58 per cento si rivolgerebbe alle forze dell’ordine e il 55 per cento ai genitori. Infine, il 49 per cento non conosce la “stanza rosa” e il 48 per cento ignora il ruolo del medico di famiglia.

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