La perdita della giovane vita di uno studente per mano di un suo compagno è una terribile tragedia che segnerà a lungo non solo chi ha ucciso, le due famiglie, gli studenti, gli insegnanti e i genitori dell’“Einaudi-Chiodo”, ma tutta la città. Il dolore per la morte di Abanoub Youssef, per tutti Abu, può far nascere ciò che oggi manca: una discussione su cosa possiamo fare per dare un senso alla vita.
Non dobbiamo commettere l’errore di caricare le colpe sui ragazzi, e di pensare che tutto si possa risolvere con provvedimenti restrittivi e repressivi. I divieti non bastano. E’ stato abbassato con un decreto l’età della punibilità per i minorenni. Ne vengono arrestati di più, questo è indubbio. Però poi li lasciamo a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri, e nulla cambia. Leggo di proposte di multe ai genitori: ma senza che mutino le coscienze non se ne esce.
Ha ragione il lettore che ha scritto a “Lettere a CdS”:
“Se i ragazzi sono ‘contro se stessi’, è perché non hanno ancora trovato adulti davvero con loro, in modo continuo e affidabile”.
Sta aumentando – non da oggi, e nemmeno dalla pandemia, ma ancor da prima – un disagio giovanile che è un fenomeno complesso, che riguarda tutta la società, tutte le istituzioni, non solo la scuola e la famiglia. Una sofferenza psicologica che a volte evolve in disperazione e in alcuni casi in violenza – anche contro se stessi, come dimostra l’aumento dei giovani che compiono atti autolesivi o che tentano il suicidio. Un fenomeno che riguarda i giovani delle classi povere come delle classi ricche, gli italiani come gli immigrati.
La cosa più sbagliata che potremmo fare dopo la morte di Abu è dar vita a una discussione volta a ottenere il consenso emotivo e politico degli adulti attorno a questa o a quella misura “punitiva”, incapace ancora una volta di ascoltare i giovani e di interrogarsi sulle reali responsabilità degli adulti. Ci serve l’opposto: una discussione in cui i giovani trasformino le loro emozioni in parole, e in cui gli adulti comprendano queste parole e sviluppino la loro consapevolezza e la loro responsabilità di adulti.
Chi mi conosce sa che giro di città in città, di paese in paese discutendo delle mie ricerche storiche, in incontri “démodé” che diventano sempre confronti partecipati sui problemi dell’oggi, nei quali – a proposito del lasciti vitali dei momenti più alti della nostra storia, la Resistenza e gli anni Sessanta – a un certo punto affermo sempre: “non basta questo arnese – indico il mio smartphone – ma occorre un senso della vita”. Ovviamente diverso rispetto a quello di allora, ma sempre con al centro l’uomo, le sue relazioni con gli altri, il senso del noi. E’ il “filo rosso” degli articoli di questa rubrica da quindici anni a questa parte. Concordo quindi pienamente con quanto ha proposto su “La Stampa” lo psicoterapeuta Matteo Lancini come ”unica possibilità per provare a dare senso a un evento così angosciante, terrificante:
“Dare senso alla vita mentre domina la morte. Provare a interrogarsi su cosa stiamo facendo per i nostri figli e studenti, quali relazioni e quali modelli di identificazione proponiamo.
Le politiche individualiste, aggressive, intimidatorie e violente proprie di questa epoca è altamente probabile contino qualcosa. Viviamo nel regno del Sé, dell’affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale fino alla negazione del valore del pensiero, e del diritto a esistere, dell’altro. I modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti contano qualcosa. Così come conta l’impossibilità generazionale di esprimere sentimenti spiacevoli per gli adulti. Queste sono generazioni ascoltate a modo nostro. Un ascolto selettivo che non consente l’espressione di emozioni disturbanti come la rabbia, la tristezza e la paura. Non servono multe e repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione. L’umanità ha bisogno di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, di una nuova democrazia degli affetti. Non di nuove forme di prevaricazione adulta, spacciate per interventi educativi e normativi che ridurranno la disperata violenza giovanile”.
“Gli adolescenti sono tutti molto fragili”, ha detto in un’intervista a “La Nazione” Sofia Nordio, una dei due psicologi del Centro di informazioni e consulenza che offre supporto agli studenti spezzini. E ha aggiunto: “altrettanto fragili sono i loro legami familiari”. Siamo nell’epoca anche della fragilità adulta, come ha affermato la psicologa Jolanda Stevani in un’intervista al “Secolo XIX”:
“Prima ancora di chiederci chi sono gli adolescenti di oggi, dovremmo chiederci che tipo di genitori siamo diventati. Viviamo immersi in una cultura narcisistica, che coinvolge tutti, adulti compresi”.
Se la colpa di ciò che accade è della società che noi adulti abbiamo costruito, dove tutto è individualismo, competizione, spettacolarizzazione, pornografizzazione, dove la sfera intima non esiste più e tutto deve essere reso pubblico, e del modo in cui utilizziamo il web e i social – che sono gli strumenti di comunicazione fondamentali in questa società – , dovremmo essere noi adulti per primi a cambiare. Anche a spegnere i cellulari. Io non sono mai stato sui social: non propongo a tutti di non starci, ma di riflettere su come utilizzarli, questo sì. Perché oggi amplificano troppo il bisogno di essere visti e riconosciuti. Interroghiamoci: come si usano spesso i gruppi di Whatsapp? Che uso ai fini del proprio processo di potere fanno i politici dei social network? Che esempi si danno se tutto si riduce ad avere un follower o un like in più? Se insegniamo loro che non contano nulla quando non sono visibili? Se li filmiamo fin dalla nascita e puntiamo tutto sull’immagine? Perché non abbiamo saputo trasmettere ai giovani che la violenza è un disvalore?
Proviamo, allora, a chiederci tutti assieme, ognuno per la propria parte ma cercando di collaborare e di non “spararci” addosso: che cosa possiamo fare? Non ho nessuna certezza, ma penso che oggi gli interventi più urgenti siano quelli di dare la possibilità ai ragazzi di parlare di quanto è accaduto, di condividere le loro emozioni. Vale anche per gli insegnanti e per i genitori, in vista di un incontro e di un dialogo tra tutti che affronti anche gli argomenti più difficili: la morte, la fragilità, la sofferenza. Senza gli spazi per parlarsi le anime si rinsecchiscono.
Più in generale, ognuno cerchi nel suo campo di attività di ascoltare i giovani e di far sì che gli adulti si interroghino. Due esempi attinenti alla mia attività. Il primo: giovedì scorso c’è stata una riunione di tanti operatori della cultura, in cui abbiamo deciso di chiamare i giovani spezzini, di ascoltarli e di provare a supportarli per realizzare spazi di creatività da loro autogestiti. Un altro esempio: la prossima settimana le associazioni antifasciste saranno impegnate nel ricordo delle stragi e degli eccidi fascisti avvenuti nel gennaio 1923 e nel gennaio 1945. I giovani hanno bisogno di memoria per avere speranza. Non si può vivere in un eterno presente, smemorato e disperato. La memoria è un campo che può e deve aprire a nuove scelte per l’oggi, all’antifascismo del futuro. Che vuol dire in primo luogo dare un nuovo senso alle relazioni umane. Ho scelto Ennio Carando, un insegnante straordinario, come protagonista della mia ultima ricerca storica. L’ho fatto perché, nel tempo delle distanze generazionali, la sua vita ci rivela che quando insegnanti e studenti, e più in generale adulti e giovani, partecipano a grandi esperienze morali per dare un senso alla vita allora possono entrare a far parte di una stessa comunità. La tragedia di venerdì scorso ci spinge anche a questo: a far sì che la memoria si faccia futuro.
lucidellacitta2011@gmail.com