Sicurezza urbana, il criminologo sociale: “La malamovida non viene da Marte. Servono politiche mirate”

Il tema della sicurezza torna ciclicamente al centro del dibattito politico, senza conoscere tregua, nemmeno durante il periodo delle festività natalizie. Un argomento che attraversa tutte le stagioni dell’anno e che viene spesso utilizzato come leva di consenso, tra annunci, ordinanze e richiami all’ordine pubblico, ma che raramente si traduce in politiche strutturate e di lungo periodo. Paura, degrado percepito, convivenza urbana e qualità della vita diventano così le parole chiave da utilizzare affrontando di uno scontro costante, nel quale le risposte sembrano rincorrere l’emergenza più che governare i fenomeni. Per provare a fare chiarezza su cosa significhi davvero parlare di sicurezza urbana, e su quali siano le responsabilità politiche e amministrative che si sono accumulate negli anni, abbiamo parlato con Stefano Padovano, criminologo sociale. Insegna Criminologia all’Università di Genova e Politiche della Sicurezza Urbana presso master e corsi integrativi in altre sedi accademiche. È consulente della Provincia di Genova e della Regione Liguria e, tra il 2004 e il 2008, ha coordinato le attività tecniche del Forum Italiano Sicurezza Urbana. Si è occupato a lungo della formazione degli operatori della sicurezza pubblica e urbana ed è stato nominato esperto al Tribunale di Sorveglianza di Genova nel 2017. Oggi lavora prevalentemente nella formazione degli operatori sociali, occupandosi di prevenzione sociale, trattamento e reinserimento degli autori di reato e tutela delle vittime nel Terzo Settore.

“Assistiamo al fallimento di un tentativo, lodevole ma mai decollato per davvero. Quello di costruire un’articolata politica di messa in sicurezza delle città dai reati, da comportamenti devianti avvertiti dai cittadini come tali e dalle paure generalizzate che investono la popolazione, si tratti di quella spezzina o di un’altra città. Dal 2009 ad oggi, i decreti ministeriali, dal Maroni al Minniti, non hanno certamente aiutato perché ognuno, a grandi linee in eguale misura, intorno a questo tema ha costruito dei mezzi normativi, penso al potere di ordinanze dei sindaci, che hanno pian piano sottratto la spinta impressa dalla costruzione delle politiche; che mettevano insieme la prevenzione dei reati, la presa in carico delle vittime, il recupero socio-urbanistico. Non facendo intersecare e quindi dialogare questi piani è venuta meno la qualità della vita urbana, la convivenza sociale, già abbastanza minata da fenomeni di portata globale”.

Stefano Padovano

Se pensa alla Spezia, cosa intende con precisione quando parla di politiche di sicurezza?
“A tutti i problemi da governare in qualsiasi città ligure o del Paese. Ai fenomeni di inciviltà, anche dovuti al disagio sociale, ai comportamenti a rischio, ma pur sempre da gestire: penso al consumo di droga e alcol nelle aree urbane, di movida notturna o dedicate all’utilizzo turistico. A proposito di Spezia la rassegna giornalistica riporta spesso una frase di opinione comune associata alla movida. Mi riferisco alla malamovida, che ho inserito anche nella copertina del libro in uscita a gennaio. Se esiste però, la malamovida non è perché è scesa da Marte, ma perché rispetto alla pianificazione del loisir serale non sono state pensate politiche mirate oppure quelle attuate si sono limitate alla conversione di aree, vie e piazze destinate al rilascio di licenze e di provvedimenti per l’apertura e la chiusura, che evidentemente non hanno tenuto conto di ciò che serve per governare i fenomeni che comporta: consumi di droga e alcol a scena aperta, zero rispetto degli orari stabiliti, associati al compimento di ogni tipo di inciviltà, fino al compimento dei reati contro la persona: violenze, minacce, aggressioni. Con gli effetti indotti sui cittadini che risiedono nelle aree incriminate”.

Può fare altri esempi?
“Girando sempre intorno a questo tema si pensi ad un altro collegato, quello della rigenerazione urbana. Non c’è una realtà ligure che abbia previsto staff operativi che includono professionalità esperte nella deterrenza del degrado urbano. Personalmente ho avuto un’interlocuzione con un Comune italiano, ma in generale i casi sono minimali. Pensi che esiste una normativa europea ad hoc sul tema della sicurezza in ambito urbanistico. In Italia su questi piani siamo fermi al palo. E la provincia spezzina non fa eccezione. E pensare che dalle politiche di sicurezza scaturirebbero risultati funzionali all’elevazione degli standard di vita dei cittadini”.

Il giudizio complessivo che ne trae non è sfavillante…
“Non esistendo un coordinamento politico delle azioni, ogni servizio che potrebbe dare un contributo lo fa guardando al proprio orticello. Naturalmente, le responsabilità non riguardano soltanto l’attuale gestione politica. Il problema riguarda l’intera onda generazionale. Una generazione abituata ad andare alla velocità dei flussi comunicativi. Proprio per questo ha perso di vista lo stato della realtà, non certo aiutata poi dalla decomposizione dei partiti politici, così come li abbiamo conosciuti fino a fine Novecento”.

Come ripartire dunque in una realtà regionale che perde abitanti e che in generale è soggetta a un tasso di ultra sessantacinquenni più alto d’Europa?
“Pianificando, quindi studiando le trasformazioni. Almeno quelle degli ultimi venticinque anni. Conoscere per sapere, ripeto sempre in Università. Sapere per diffondere e condividere. Alla Spezia, in particolare, servirebbe un’autentica rifondazione. Contigua al disegno della città. Una gestione della cosa pubblica priva di queste premesse può giusto accontentarsi di una politica fatta di sanzioni e penalità, che in tema di sicurezza urbana risultano per mano delle Polizie locali, mentre queste ultime da troppo tempo sono utilizzate quali braccia operative di visioni miopi. Un potenziale di risorse umane male utilizzate, e sto parlando di operatori che entrano nei Comandi con lauree e master che nelle prassi quotidiane non misurano la corrispondenza tra ciò che insegniamo loro e quello che praticano nell’esercizio del ruolo”.

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