Roma, primi anni Settanta. Tra le strade antiche e i vicoli dove il tempo sembra fermarsi, uno studio in via delle Zoccolette diventa laboratorio di visioni. È qui, tra l’urgenza creativa della stamperia Il Cigno e il confronto con i maestri della Scuola Romana, che Francesco Vaccarone plasma la sua voce più autentica, attraversando un periodo di sperimentazione intensa e poetica. Oggi, a distanza di cinquant’anni, il prestigioso Palazzo Merulana restituisce quell’universo fatto di materia e memoria, di colore che si fa volume e spazio che vibra di tensione emotiva. “Francesco Vaccarone a Roma 1970-1976”, che inaugura il 19 marzo e dal giorno seguente sarà in visione sino al 3 maggio, è curata da Umberto Croppi e Paolo Asti: una mostra che apre uno squarcio sul cuore della sua ricerca: dalle Mitofanie iniziali ai ritratti essenziali, dai Gabbiani del Golfo ai Clochard della città, ogni opera racconta un dialogo con il presente e con l’intimità dell’artista stesso.
Un intenso progetto espositivo dedicato a una figura centrale e oggi sorprendentemente ancor poco raccontata della cultura italiana del secondo Novecento. L’esposizione, a cura di Umberto Croppi e Paolo Asti, prodotta dall’associazione Startè, nasce dal desiderio di riportare luce su un artista poliedrico, capace di attraversare oltre sessant’anni di sperimentazione mantenendo sempre vivo un dialogo serrato tra ricerca formale, impegno civile e riflessione sul ruolo dell’immagine nella società contemporanea. La mostra non è solo solo un tributo, ma anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della Storia dell’arte del secolo scorso. All’interno del format del sabato mattina “Infoweekend” il con-curatore Paolo Asti ha raccontato a i microfoni di RLV – La Radio a Colori, il dietro le quinte della mostra, tra scelte espositive, curiosità sul periodo romano di Vaccarone e il senso profondo di un percorso che continua a parlare al nostro tempo. “A due anni di distanza dalla scomparsa del Maestro inauguriamo questa mostra romana – racconta Asti -. In quegli anni Vaccarone aveva uno studio nella Capitale e perché abbiamo cercato di organizzare una mostra che raccontasse quel periodo. Siamo ovviamente molto contenti di essere in un posto così importante che conserva le opere degli artisti della scena romana. Vaccarone non scordava mai il suo golfo, i gabbiani nascono in quel periodo mentre i clochard, che aveva incontrati nelle metro di Londa e di Parigi, li aveva conosciuti qualche anno prima per poi ritrovarli nella Capitale. E poi ci sono anche lavori più contestuali al periodo perché abbiamo trovato, grazie alla disponibilità della famiglia, sette ritratti di personalità dell’epoca: da Moravia a Pasolini a Gattuso, opere che non sono mai state esposti. Senza dimenticare una cartella realizzata al laboratorio Il Cigno nel 1972, con dieci incisioni tirate al torchio”.
L’esposizione nasce dal desiderio di riportare luce su un artista poliedrico, capace di attraversare oltre sessant’anni di sperimentazione mantenendo sempre vivo un dialogo serrato tra ricerca formale, impegno civile e riflessione sul ruolo dell’immagine nella società contemporanea. La mostra non è solo solo un tributo, ma anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della storia dell’arte del secolo scorso. L’invito a Roma è sottinteso per tutti coloro che hanno conosciuto e apprezzato Vaccarone: Asti invita a prendere contatto sia con il museo in maniera diretta sia con l’associazione Startè mentre un pullman di spezzini è stato già riempito e diverse persone raggiungeranno la Capitale anche via treno: “Subito dopo gli anni del boom economico, Francesco ha conosciuto una Roma molto fertile e produttiva ancora non afflitta dal periodo del terrorismo – ha continuato Asti nel tratteggiare il contesto -. E, come ho detto, è rimasto sempre collegato alla sua città e alle Cinque Terre. A Monterosso ha sempre avuto una casa dove insieme alla famiglia era sfollato durante la guerra. Pescava le ricciole e le orate alle Cinque Terre, il mare è sempre stato nella sua anima. Naturalmente a Roma esporremo circa cinquanta opere, devo dire che un grande lavoro è stato fatto da Umberto Croppi, presidente dell’Accademia delle Belle Arti, che ebbe modo di conoscere modo di conoscere Vaccarone alla Summer School che ogni anni organizziamo a Sarzana”. Le opere presentate in questa mostra non solo testimoniano la ricchezza del percorso artistico di Vaccarone, ma invitano il pubblico a riflettere sulla sua eredità culturale. “Credo che il più grande insegnamento di Francesco Vaccarone – conclude Asti – sia stato quello di saper affrontare la vita guardando alla libertà e alla gratitudine, piuttosto che basarla sul senso di colpa o sui debiti morali.” Così, il suo lavoro si conferma attuale, capace di dialogare con la sensibilità contemporanea e di offrire spunti di riflessione che si rinnovano e si arricchiscono ad ogni visita.
Bio.
Francesco Vaccarone (La Spezia 1940 – 2024) forte di solidi studi umanistici, mostrò presto una spiccata vocazione per l’arte, tanto che ebbe due maestri importanti tra i pittori spezzini: Giuseppe Caselli e Gino Bellani. Aveva solo 17 anni quando fu organizzata la sua prima mostra personale. Si mosse da subito negli ambienti intellettuali dell’avanguardia italiana del dopoguerra, in particolare il Gruppo63 (che raccoglieva i più importanti letterati e filosofi italiani del momento), oltre ad altri circoli, tra cui quello della poesia visiva di Firenze. Con un bagaglio di esperienze già ampio, pose la sua base a Roma, aprendo uno studio in via delle Zoccolette, nel cuore della città. Questo periodo, che va dal 1970 al 1976, fu caratterizzato da un’intensa attività produttiva e relazionale, rappresentò una fase cruciale nella sua vita, che coincise con la coda del boom economico e l’ingresso negli anni della contestazione e della sua maturità artistica. Qui frequentò la Stamperia Il Cigno, crocevia di artisti come Burri, Capogrossi e Afro, Marini, Gentilini, Guttuso e Fieschi, e divenne punto di riferimento per la Scuola Romana. Roma rappresentò, quindi, il luogo della maturazione artistica.
La poetica
Spiega Umberto Croppi, curatore della mostra: “Roma rappresenta, per Vaccarone, l’approdo ad una sintesi tra l’avanguardia e la grande tradizione pittorica e incisoria italiana”. Mentre lavorava come incisore, non abbandonava la pratica pittorica: sono, anzi, quelli gli anni in cui avvia i cicli più significativi della sua produzione, quelli che dedicò ai ‘Gabbiani‘ e ai ‘Clochard’. “È in questa serie di opere che definisce il suo personalissimo profilo – specifica Croppi- in una forma di semi-astrattismo, percorrendo due filoni paralleli. Il tema delle origini liguri, simboleggiato nel volo degli uccelli marini, segno di movimento e libertà, e quello urbano dell’emarginazione e della sconfitta. Una rappresentazione drammatica del suo tempo, che sottintende, però, anche una vena ironica, che sarà una costante della vita oltre che della poetica del maestro”.
Le opere in mostra
Nella selezione delle opere esposte, dovuta anche alla meticolosa ricerca del suo amico e cultore, Paolo Asti, si è tentato di dar conto del suo percorso, concentrandosi appunto sul suo periodo romano. Esempi di opere giovanili introducono alla sua poetica: le Mitofanie, in cui rivela una capacità di trarre visioni dai materiali, con una precoce intuizione rispetto a ciò che avverrà, e un esempio di assemblage che testimonia il suo incontro con la poesia visiva. Alcuni quadri in transizione (Adamo, 1971; Pescatore, 1971; Mosca cieca, 1972; Ermafrodito 1975) introducono alle esperienze successive, nelle quali vi è chiara tutta la sua maturità, non estranea all’ambiente culturale in cui questa parte della sua formazione si svolge. Il colore diventa materia, capace di conferire quel volume che, in altre creazioni, ha reso attraverso strati e spessori; l’individuazione dei temi è una sorta di dichiarazione del suo universo interiore e del suo sentire. I Gabbiani del suo Golfo e i Clochard dei margini della città ne sono i risvolti più densi di significato. A testimoniare il suo impegno di incisore, viene esposta una rara copia della cartella In articulo amoris, emblematica tanto per la tecnica, quanto per il calembour del titolo, che attesta la sua inclinazione per il gioco semantico e il sentimento che lo anima. Del suo passaggio romano e delle sue frequentazioni son prova i ritratti di personaggi famosi che esegue al tratto, cogliendone i caratteri con pochi, decisi segni. Tra questi uno schizzo a carboncino di Alberto Moravia, fatto al Cigno, lo Studio per Renato Guttuso, o il ritratto di Enzo Carli abbozzato a china su una busta nel 1973.
Ascolta l’intervista a Paolo Asti su RLV
https://www.youtube.com/watch?v=65WTIFzhrok