Il Cammino di Santiago, compiuto nel mese di agosto, è stato molto più di un viaggio. Partendo con un gruppo di giovani – trentacinque della diocesi e sette di fuori diocesi – desideravamo un’esperienza che fosse realmente un pellegrinaggio: un tempo per camminare, pregare, condividere la fatica e, soprattutto, imparare a guardarsi dentro. Ogni giornata era così scandita dalla celebrazione dell’Eucaristia, vissuta con cura e nella gioia, e da momenti di preghiera e di condivisione. Non sono mancati il silenzio, le confessioni e le lunghe conversazioni. Come filo conduttore era stato scelto il “discernimento”, cercando di aiutare i ragazzi a conoscersi meglio, a distinguere le emozioni dai sentimenti e a riconoscere ciò che accade nel loro cuore.
Camminare insieme, del resto, è una scuola di vita. Non tutti hanno lo stesso passo, e la fatica obbliga ad aspettarsi, ad aiutarsi, a rinunciare talvolta ai propri ritmi. Così, proprio nella strada si finisce per conoscere davvero l’altro. Alessio Vicic, della parrocchia di San Pio X ai Colli, racconta così: “Il cammino è una sorta di scoperta, si parte dalla vita quotidiana, in cui spesso ci si sente persi o si fatica a discernere bene la realtà, e così si dirigono i piedi verso un unico punto, la tomba dell’apostolo Giacomo. Mi ha sorpreso il fatto che fossimo diretti tutti in un’unica direzione, camminando assieme come spinti da qualcosa che man mano era sempre più forte… Ed ora che pure sono a casa da un bel po’ di giorni, mi sembra di non aver ancora smesso di camminare”.
Per Caterina Foce di Riomaggiore, si è trattato soprattutto di una scoperta interiore: “Fare il Cammino di Santiago è stata un’esperienza incredibile, non solo per il bagaglio di ricordi e di emozioni, ma perché ho potuto comprendere per davvero il significato di “cammino”. È questa la cosa meravigliosa: non lo si fa solo con le gambe, ma con il cuore e con il pensiero. È stato bello iniziare a camminare con emozioni nuove e sconosciute, vederle germogliare pian piano sino a sbocciare in sentimenti nuovi, profondi e duraturi. Tutto ciò, vissuto con persone a me care e amate, ma anche sconosciute, mi ha aiutato a comprendere meglio e a vivere in maniera più spirituale. Sono arrivata davanti a san Giacomo con una consapevolezza in più e con qualche paura in meno”.
Anche Mattia Dottori, di San Francesco a Fossitermi, ha colto nel pellegrinaggio una particolare immagine della vita: “Il Cammino non è solo arrivare a Santiago, sulla tomba dell’apostolo, ma è
soprattutto un viaggio alla scoperta di se stessi. Per me, è stata un’occasione per imparare a fermarmi, a riflettere e ad ascoltare me stesso. Mi hanno colpito soprattutto le persone incontrate, provenienti da tanti paesi, con storie e motivazioni diverse. Eppure eravamo tutti diretti verso un’unica meta. Questo mi ha fatto riflettere anche sulla vita cristiana: ognuno parte da un punto diverso e porta con sé la propria storia, ma tutti siamo chiamati verso un’unica meta: Dio e la vita eterna. Ho capito così che la vita stessa è un pellegrinaggio verso Dio, e ciò che conta non è solo
la destinazione, ma tutto ciò che viviamo e condividiamo lungo la strada”. L’arrivo a Santiago, la Messa del pellegrino e l’incontro con la tomba dell’apostolo sono stati per tutti il compimento di un percorso che, però, non è finito lì. Nel viaggio di ritorno c’è stata la sosta a Lourdes, per affidare a Maria quanto avevamo vissuto e che portavamo nel cuore. Ed anche un improvviso temporale che ha fermato la processione, ha ricordato che il pellegrinaggio insegna anche ad affidarsi…
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