Idee per una città un po’ più disarmata

In una società in cui dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali che comunicano non solo che la guerra e la violenza sono opzioni normalmente percorribili, ma che è necessario armarsi sempre più per prepararsi a praticarle in dosi sempre più massicce, serve più che mai promuovere il “disarmo culturale e militare” e i saperi e la pratica della nonviolenza. Ci aiutano due libri scritti da autori spezzini, due opere diversissime tra loro ma in qualche modo unite dall’idea di una “città più disarmata”.

Il primo libro è di Renato Raggi, architetto scomparso un anno fa, autore di “La Spezia, una nuova idea di città”. Con Raggi ho interloquito per anni, condividendo o meno le sue idee, spesso provocatorie ma sempre stimolanti. Raggi aveva ragione a insistere sulla necessità di “una coerente visione d’insieme” della città. Ma anche su molti punti a cui oggi accenno solamente, anche perché ne ho già scritto in questa rubrica: dall’idea di Calata Paita come “bene comune”, non al servizio del terminal crociere – le cui compagnie sono state addirittura incaricate di progettare il fronte a mare, con una scelta che è un simbolo dell’”urbanistica privatizzata”  – all’idea della darsena a Levante, nelle aree dell’Enel, come “nuovo centro urbano” con spazi pubblici e privati che gravitino intorno ad una “vasta piazza sul mare”. In questo articolo vorrei approfondire le idee di Raggi sull’Arsenale, perché credo siano oggi le più utili. Il tema di fondo è la critica alle proposte, avanzate in sede amministrativa nel passato, di “lottizzare” l’Arsenale in tre blocchi: aree riservate alla base militare, aree per le attività industriali, aree di accesso al mare per l’abitato di Marola. Su queste basi, scrive Raggi, la discussione tra Comune e Marina è destinata a fallire. Bisogna, invece, ridefinire tutto l’Arsenale e i rapporti reciproci con la città, a tutti i livelli: “lo smembramento del complesso in tre blocchi di aree segna profondamente l’identità dell’Arsenale e può essere interpretato come un vero e proprio ‘parricidio’: la città della Spezia (figlia) uccide il padre (Arsenale )”. Serve invece, sostiene Raggi – uno “scenario progettuale di lungo periodo”:

 

“Tutto lascia pensare che l’Arsenale debba essere una delle basi di partenza per rifondare La Spezia, a patto che si appronti un progetto di grande respiro che rispetti prima di tutto la unitarietà del complesso di grande valore storico e sviluppi una pianificazione di medio e lungo raggio capace di coniugare il recupero e la memoria storica dei luoghi con le funzioni urbane. Certamente solo pensando in anticipo e ‘con il coraggio di pensare l’impensabile’ i bisogni della città futura sarà possibile uscire dai vicoli ciechi dell’emergenza”.

 

In questa rubrica ho scritto qualcosa di assai simile, nell’articolo “Cambiare e aprire l’Arsenale” (22 settembre 2024):

 

“L’Arsenale è un luogo con una identità: non bisogna ucciderlo’, ma bonificarlo, diversificare e riconvertire le attività ormai obsolete che ospita, costruire dentro di esso spazi pubblici, aprirlo… Cambiare e aprire al resto della città un luogo che è giusto rimanga per sempre l’Arsenale”.

 

Ma perché il confronto tra città e Marina – e Governo e Parlamento – sia su questo piano, bisogna bloccare ciò che lo impedirebbe: il progetto Basi Blu. Perché darebbe vita a un altro Arsenale: una spesa di 805 milioni di euro – rispetto ai 354 iniziali – con l’obiettivo di realizzare nuovi moli, pontili, darsene, torri di controllo, parcheggi, e di ristrutturare gran parte dell’esistente. Praticamente un raddoppio, senza nessuna bonifica e senza nessun posto di lavoro in più.

Domani sera ci sarà un Consiglio Comunale dedicato al tema. Non si possono non condividere le parole usate dai consiglieri di opposizione, che hanno chiesto la convocazione:

 

“Un intervento di scala eccezionale che determinerà un impatto profondissimo e duraturo sull’assetto del Golfo e sull’equilibrio urbano della città, con una cantierizzazione prevista di lunghissimo periodo e ricadute logistiche e ambientali pesantissime, concentrate in particolare sul Ponente cittadino”.

 

Mi auguro che questa consapevolezza ci sia anche nella maggioranza, che finora è stata silente, se non consenziente. La sensibilità sul tema sta crescendo di giorno in giorno, come ha dimostrato l’assemblea popolare tenutasi a Marola il 18 gennaio scorso. La mobilitazione non poteva che partire da Marola, dal Ponente più colpito: ma sta coinvolgendo tutta la popolazione del Golfo, perché l’irreversibilità del danno colpirebbe la dignità dell’intero Golfo. La demilitarizzazione del territorio deve essere un processo, d’accordo: ma ora siamo di fronte a una nuova, ulteriore militarizzazione. Una scelta drammaticamente sbagliata, a cui contrapporre la visione di una città “un po’ più disarmata”. A mano a mano sempre più disarmata.

 

– – –

 

Il secondo libro è di Giorgio Beretta, spezzino di adozione. L’amore per la sua compagna l’ha portato vent’anni fa nella nostra città, e lui da allora ci sta aiutando a comprenderla meglio, grazie al suo impegno di analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di “armi leggere” e dei rapporti tra finanza e armamenti, svolto per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, che fa parte della Rete italiana Pace e Disarmo. Il titolo del libro è “Il Paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata”.

Le armi di cui Beretta scrive sono le cosiddette “armi comuni”, quelle cioè ad uso da parte dei civili per la difesa personale e abitativa, per il tiro sportivo e per la pratica venatoria come i revolver, le pistole semiautomatiche, le carabine, i fucili a pompa e da caccia. L’Italia è il “Paese delle armi” innanzitutto perché ha una lunga tradizione di produzione di queste armi: è il primo produttore europeo di armi sportive e da caccia.

Ciò che preoccupa – spiega l’autore – è che “nessuno sa con precisione quante siano le armi legalmente detenute nelle case degli italiani e nemmeno quanti italiani abbiano una licenza per possedere regolarmente delle armi”. Inoltre, a differenza di quanto viene fatto credere, “in Italia è abbastanza semplice ottenere una licenza per armi. Tutto si basa su una autocertificazione”:  il certificato viene sottoposto e firmato dal proprio medico curante il quale, se non ha validi motivi, “raramente richiede esami tossicologici specifici per verificare, come prevederebbe la legge, che il richiedente non faccia abuso di alcool o uso, anche saltuario, di sostanze psicotrope e droghe”. Non è previsto, di norma, nemmeno un controllo clinico sullo stato di salute mentale del richiedente e la visita medica presso l’ASL o il medico militare è di solito simile a quella che si fa per ottenere e rinnovare la patente di guida. Anche ottenere il certificato di idoneità al maneggio delle armi non è difficile: “è sufficiente frequentare un corso di mezza giornata presso la sede locale del Tiro a segno nazionale”. Insomma, è possibile, con relativa facilità, possedere un vero arsenale con relativo munizionamento. Sono norme che sembrano fatte apposta per favorire i produttori e i rivenditori di armi più che la sicurezza pubblica.

Beretta evidenzia un altro grave limite:

 

“La legge vigente prevede che ‘il provvedimento con cui viene rilasciato il nulla osta all’acquisto delle armi, nonché quello che consente l’acquisizione, a qualsiasi titolo, della disponibilità di un’arma devono essere comunicati, a cura dell’interessato, ai conviventi maggiorenni, anche diversi dai familiari, compreso il convivente more uxorio’ (Decreto legislativo 26 ottobre 2010, n. 204 e Tulps nn. 35 e 42). Nonostante questa norma sia in vigore da quasi dodici anni, non ha mai avuto attuazione poiché negli anni successivi i vari governi non hanno emanato il necessario regolamento attuativo.

Il fatto è estremamente grave perché, come ha documentato il ‘Rapporto del Senato sul femminicidio’, in Italia  l’arma da fuoco è, dopo l’accoltellamento (32%), la seconda modalità utilizzata per commettere un femminicidio: si tratta di 49 casi su un totale di 195 pari a un femminicidio su quattro (il 25%).  Non solo: il rapporto documenta che in 31 casi su 192 (pari al 16,1%) i femminicidi sono stati commessi da persone che erano in possesso di regolare porto d’armi. Ma – ed è questo il punto rilevante – tra le donne vittime di femminicidio che in precedenza avevano denunciato di subire violenze solo il 20,5% (15 su 73) aveva segnalato di sapere che l’uomo possedeva un’arma”.

 

Il tema affrontato nel libro è importante perché la diffusione di armi è la prima causa di insicurezza sociale di un Paese, e di una città. Il pensiero intuitivo che una maggior facilitazione all’accesso alle armi permetterebbe una maggiore sicurezza perché, rendendo tutti minacciosi, ogni minaccia si estinguerebbe, è un dato falso.  Più armi in circolazione non portano a una maggiore sicurezza ma solo più sangue. Gli Stati Uniti ne sono la prova reale e definitiva: nessuna arma dissuade dal commettere un reato, ma la presenza di armi rende ogni situazione potenzialmente più violenta. Negli Usa, gli Stati con più armi da fuoco coincidono con quelli che hanno il maggior numero di omicidi violenti.

Ha ragione Roberto Saviano:

 

“Il trucco che la politica usa in materia di sicurezza è intanto creare insicurezza e poi rispondere all’ansia di insicurezza con la scorciatoia del rendere più facile l’accesso a un’arma. Invece di rispondere con politiche economiche che disarticolino la miseria, che smontino i focolai sociali generatori di violenza, che aumentino sorveglianza e presenza sul territorio, arriva la più semplice delle risposte: armatevi e difendetevi da soli”.

 

Bisogna non incrementare ulteriormente la circolazione di armi, a maggior ragione se mancano i controlli. Ma sta avvenendo esattamente il contrario. Nei giorni scorsi è uscita una circolare del Ministero dell’Interno con la quale il Dipartimento della Pubblica Sicurezza rende nota (prima del regolamento attuativo, che ancora non c’è) l’applicazione dell’articolo 28 del precedente Decreto Sicurezza, non quello  approvato venerdì. Il nodo è quello della possibilità, per 300 mila agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, vigili urbani, di poter acquistare e portare fuori servizio un’arma personale, diversa da quella d’ordinanza e più occultabile di quest’ultima. Gli agenti che acquisteranno l’arma – fino a tre armi – non  avranno l’obbligo di denunciarlo, di sottoporsi a una visita medica annuale, di comunicare l’acquisto alla moglie e ai familiari maggiorenni conviventi. Ma che bisogno c’è di avere una pistola personale? “Se lo Stato vuole permettere a 300 mila agenti di acquistare armi per svolgere la loro funzione anche al di fuori dell’orario di lavoro – spiega Beretta – innanzitutto dovrebbe fornire direttamente l’arma. Poi dovrebbe garantire loro un’adeguata preparazione su come comportarsi quando si è in borghese”.

Il libro si conclude con molte proposte concrete per un Paese, e una città, “un po’ più disarmati”. Ne va della sicurezza — quella vera — di tutti.

 

Post scriptum:

 

Quello di oggi è il quarto di una serie di articoli dedicati a libri di autori spezzini.

Ricordo i i primi tre:

“Storia di Pitelli, il paese nato dal mare, e di San Bartolomeo, il paese perduto”, 14 settembre 2025

“Storia dalle colline di Lerici”, 28 dicembre 2025

“Il senso del noi in Val di Magra, tra storia e poesia”, 11 gennaio 2026

 

Le foto di oggi ritraggono le mura dell’Arsenale e il Lagora; sono state scattate nel 2011.

 

lucidellacitta2011@gmail.com

 

Le mura dell'Arsenale e il Lagora (2011) (foto Giorgio Pagano)

Le mura dell’Arsenale e il Lagora (2011) (foto Giorgio Pagano)

 

 

 

 

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