Ictus, tra trasferimenti a Genova e prospettive di autonomia: il tempo resta la variabile decisiva

Il tempo, quando si parla di ictus, può diventare un nemico. E non è un modo di dire. Perché se la diagnosi oggi è più rapida e completa grazie alle tecnologie disponibili anche all’ospedale Sant’Andrea della Spezia, il nodo resta quello del trattamento dei casi più complessi: quando serve la trombectomia meccanica, i pazienti devono ancora essere trasferiti a Genova, con un viaggio di oltre un’ora di ambulanza. Un intervallo che, per una patologia tempo-dipendente come l’ictus, responsabile di circa il 10-12 per cento dei decessi e terza causa di morte dopo malattie cardiovascolari e tumori, può fare la differenza tra recupero e disabilità permanente.

L’ictus ischemico, la forma più diffusa, è causato dall’occlusione di un’arteria cerebrale e determina la morte progressiva delle cellule nervose. “Il tempo è il primo fattore che ne determina l’esito”, ricordano i protocolli clinici: prima si interviene, maggiori sono le possibilità di salvare il tessuto cerebrale ancora vitale.

Alla Spezia il percorso diagnostico è ormai strutturato. Al Sant’Andrea vengono effettuate Tac basale, Angio-Tac e anche la Tac perfusionale, che consente di distinguere con precisione tra aree cerebrali già compromesse e zone ancora recuperabili. Un salto di qualità importante che permette una rapida valutazione clinica e la scelta del trattamento più appropriato.
Ma è proprio nella fase terapeutica che emerge la criticità. L’ictus ischemico viene trattato con due metodiche principali: la fibrinolisi endovenosa, disponibile anche nei centri di primo livello come quello spezzino, e la trombectomia meccanica, procedura endovascolare complessa che rimuove il trombo attraverso un catetere e che può essere eseguita solo nei centri hub di secondo livello dotati di neuroradiologia interventistica.
Alla Spezia questa struttura non è ancora presente. Il risultato è che i pazienti che necessitano di trombectomia vengono trasferiti, nella maggior parte dei casi, al policlinico San Martino di Genova. Un viaggio che supera facilmente l’ora, cui si aggiungono i tempi di attivazione del percorso e di gestione dell’emergenza. L’elisoccorso dedicato al Levante ligure, che potrebbe ridurre sensibilmente i tempi, non è ancora operativo e viene indicato come disponibile non prima della fine dell’estate.
In questo quadro si inserisce un elemento di dibattito: la possibilità di indirizzare alcuni pazienti verso la Toscana, dove esistono centri specializzati più vicini e potenzialmente raggiungibili in tempi inferiori. Una soluzione che non eliminerebbe il problema logistico, ma consentirebbe comunque di guadagnare minuti preziosi.

La questione, però, non è solo geografica o organizzativa. Secondo quanto emerge, i circa 30 casi l’anno trasferiti dalla Spezia a Genova contribuiscono al mantenimento dei requisiti del Dea di secondo livello del San Martino, dove operano cinque neurologi interventisti. Un dato che incide sull’assetto complessivo della rete tempo-dipendente ligure.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche il tema dell’innovazione terapeutica: sarebbero in fase di sperimentazione nuovi farmaci per il trattamento dei trombi, ma al momento la sperimentazione risulterebbe concentrata proprio al San Martino, rafforzando il ruolo centrale del polo genovese.

Eppure, proprio su questo punto, il sistema regionale ha aperto uno scenario diverso. Nel corso di una recente seduta del consiglio regionale, l’assessore alla Sanità Massimo Nicolò ha risposto a un’interrogazione del consigliere Gianmarco Medusei affermando che esiste “la volontà di rendere possibile eseguire trombectomie meccaniche anche all’ospedale Sant’Andrea della Spezia”.
“Stiamo lavorando per implementare la neuroradiologia del Sant’Andrea con la possibilità di eseguire trombectomie in loco – ha dichiarato Nicolò –. Abbiamo già avviato un confronto con i direttori delle aziende sanitarie e con i primari di riferimento. C’è una fase di formazione in cui i neuroradiologi del San Martino formeranno i colleghi spezzini, che hanno già altissime competenze”.
Un passaggio che, nelle intenzioni della Regione, dovrebbe portare nel medio periodo a rendere lo stesso Sant’Andrea un punto di riferimento autonomo per il trattamento dell’ictus ischemico nella fase acuta.

Resta quindi una situazione in evoluzione, ma ancora sospesa tra presente e futuro: da un lato una rete diagnostica già efficiente, con circa 180 casi l’anno in provincia (circa uno ogni due giorni), dall’altro un sistema terapeutico che oggi richiede ancora trasferimenti lunghi e complessi verso Genova.

Nel mezzo, una consapevolezza ormai condivisa da più livelli istituzionali: quando si parla di ictus, ogni minuto conta. E la differenza tra sistema attuale e sistema possibile, più che teorica, è tutta scritta nella distanza tra La Spezia e Genova.

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