Una disavventura kafkiana, iniziata con bollette misteriose e conclusa solo dopo una lunga battaglia a colpi di carte bollate. Protagonista una signora spezzina che, senza aver mai dato il proprio consenso, si è ritrovata intestataria di forniture di gas e luce con un operatore che – racconta – non aveva nemmeno mai sentito nominare. Le prime fatture sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Nessuna richiesta di cambio gestore, nessuna firma, nessun contratto sottoscritto. Eppure, secondo l’operatore, il passaggio era avvenuto regolarmente. La donna ha quindi deciso di muoversi subito, inviando la richiesta di recesso e chiedendo copia della documentazione contrattuale che, a dire della società, avrebbe giustificato l’attivazione delle utenze.
La vicenda sembrava avviata verso una soluzione, ma non è finita lì, anzi. Nelle settimane successive, la signora ha ricevuto una raccomandata firmata dall’avvocato dell’operatore: una richiesta di pagamento di circa tremila euro, da versare entro e non oltre cinque giorni. Una cifra pesante, accompagnata da toni perentori. Da quel momento è iniziato un vero e proprio braccio di ferro. La donna ha replicato sostenendo l’illegittimità del presunto subentro e ribadendo di non aver mai aderito a nessuna offerta. Nel frattempo si è rivolta al Movimento Difesa del Cittadino, che ha preso in carico il caso e ha inviato alla controparte un plico di circa cinquanta pagine di documentazione.
Un dossier dettagliato, nel quale si dimostrava che il contratto contestato era in realtà apocrifo: nessuna firma della signora, nessuna prova concreta di un consenso espresso. L’unico contatto, come da lei stessa confermato, era stato una telefonata promozionale come tante, alla quale non aveva mai fatto seguito alcuna adesione. A quel punto, la controparte è sparita. Silenzio totale. Ma non era ancora finita. Il contratto, pur contestato, nel frattempo era stato trasferito ad altri operatori, anche molto noti sul mercato dell’energia, peraltro ignari dell’irregolarità della pratica.
Soltanto dopo ulteriori chiarimenti e comunicazioni ufficiali la posizione della donna è stata finalmente sanata. Le richieste di pagamento sono decadute e la presunta fornitura è stata annullata, mettendo fine a una vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso la famiglia per mesi. Un caso che riaccende i riflettori sulle attivazioni non richieste, sull’uso improprio dei dati personali, sull’utilizzo spinto dell’intelligenza artificiale in sostituzione del classico telefonista; ma anche sull’importanza di non cedere di fronte alle prime intimazioni di pagamento e di rivolgersi alle associazioni dei consumatori. Perché, come dimostra questa storia, anche contro un “contratto” che sembra inoppugnabile, a volte basta una firma che non c’è per far crollare tutto.