Se la Spezia è stata laboratorio in questi anni di quella rivoluzione silenziosa che sono i sindacati militari, c’è uno spezzino che ha vissuto la fase pionieristica della rappresentanza in Marina Militare da fondatore del sindacato oggi di maggioranza nella forza armata. E’ Antonio Colombo e il sindacato è il Sim Marina, che venerdì scorso si è riunito ad Ancona per il suo terzo congresso nazionale. Occasione in cui Colombo ha lasciato il ruolo di presidente a favore del suo vice Francesco Cacace. Un ruolo che ricopriva dal giugno 2024, quando proprio alla Spezia fu eletto durante il primo storico consiglio del Sindacato Italiano Militari Marina.
“Una persona molto preparata e competente, che saprà assicurare quel ruolo di garanzia che si richiede a un presidente”, dice Colombo a Città della Spezia, in una chiacchierata in cui accetta di tracciare un bilancio di questi anni. Spezzino classe 1961, diplomato al Pacinotti, una laurea in ingegneria informatica all’Università di Pisa. La carriera ultraquarantennale da commissario di Marina Militare nel settore dell’informatica applicata ai servizi di commissariato, dalla gestione di reti agli ambienti informatizzati e fino allo sviluppo applicativi. Tre imbarchi: sul cacciamine Milazzo, sulla fregata Libeccio e infine sull’Anteo, la nave di supporto alle operazioni di Comsubin. Rimarrà dentro il sindacato con ruoli organizzativi e di consulenza.

Solo pochi anni fa il sindacalismo militare era ancora un miraggio, oggi una realtà in crescita. Come lascia il Sim Marina che ha tenuto a battesimo?
“Un sindacato che fino a poco tempo fa era di maggioranza sulla Spezia e da quest’anno lo è in tutta la Marina Militare. Abbiamo superato i tremila iscritti che non sono pochi contando la frammentarietà del nostro ambiente, la dispersione degli equipaggi e anche una questione di mentalità. Nel senso che il ruolo del sindacato non fa ancora parte della cultura di molti colleghi. Ma i numeri in costante crescita ci confermano che siamo credibili e che in questi anni abbiamo toccato le corde giuste. Nel quotidiano siamo sempre orientati al supporto agli associati nelle questioni di consulenza, sostegno legale e disciplinare. Poi ci sono i rapporti con la forza armata e i tavoli di concertazione. E anche in quel caso siamo stati sempre coerenti, per esempio non firmando l’accordo per il rinnovo del contratto 2025-27”.
Ha vissuto la fase pionieristica della nascita dei sindacati militari, che fino al 2022 erano di fatto vietate. Che periodo è stato?
“Io ho fatto parte del Cocer, la vecchia rappresentanza militare eletta. Pur avendo un riconosciuto già allora, personalmente mi ero reso conto della necessità di avere un vero e proprio sindacato, perché un sindacato ha una libertà di manovra anche fuori dalla forza armata e perché poteva ottenere gli input giusti dal personale. Input senza i quali è impossibile incidere. La svolta c’è stata con la sentenza della Corte Costituzionale del 2018 che ha dichiarato illegale il divieto di formare sindacati tra i militari. Lo stesso anno l’allora ministra Trenta aveva già dato disposizioni su come chiedere tecnicamente la costituzione di un sindacato. Ho compilato personalmente la domanda di costituzione del Sim Marina. Ci siamo incontrati nello studio di un notaio romano e nel 2019 è arrivato il via libera. All’assemblea costituente eravamo sessanta persone, oggi una dozzina ancora presenti dentro il sindacato. Non è stato un percorso senza ostacoli”.

In che senso?
“Non avevamo neanche un regolamento, ma siamo partiti con l’idea di coinvolgere innanzitutto le persone. C’è stata una fase di profondo scontro tra visioni diverse del sindacato e dei rapporti con la politica e la forza armata. Una fase in cui ho preferito farmi da parte per non arrecare danno al Sim Marina appena nato. Con il tempo ha vinto fortunatamente la corrente più dialogante, che aveva capito che serviva spingere su un cambio culturale sia nei confronti dei vertici sia dei colleghi. E’ stata la prima vera battaglia e per molti aspetti lo è ancora. Mi hanno chiesto di rientrare e ho accettato”.
Avvertite ancora un po’ di diffidenza nei confronti del concetto stesso di sindacato militare?
“Non dai vertici, dalle quali non abbiamo mai ricevuto pressioni. C’è sempre stato un atteggiamento molto corretto. Piano piano abbiamo costruito una struttura nazionale e l’interesse dei colleghi è aumentato. Molti ammiragli cominciano a capire che noi abbiamo il polso complessivo di ciò che succede davvero dentro la Marina Militare. Da parte invece dei colleghi invece c’è bisogno di una maturazione culturale sul ruolo dei sindacati. La nostra grande forza è conoscere le dinamiche del personale, delle risorse e della logistica. I doveri sempre al primo posto, perché siamo militari, ma esistono anche i diritti come alloggi e strutture per il personale. Sono problemi che si possono e si devono affrontare”.

Il piano alloggi è stata una delle prime battaglie, vostra e degli altri sindacati. Questione molto sentita in Marina, che gira attorno a poche città ma anche, di fatto, al mondo intero quando ci sono gli imbarchi.
“La Spezia è una città tipica per questo tipo di rivendicazioni. Chi arriva qui magari da Taranto e deve trasferire una famiglia che viveva a 800 chilometri di distanza, trova subito una città che li accoglie benissimo. Ma poi serve che anche la Marina Militare faccia la sua parte. C’è il caso di Roma che pone problemi per il personale come le grandi distanze e il fatto di non poter portare con sé la famiglia, visti i costi elevati della città. Ci sono colleghi con decenni di servizio che si ritrovano alloggiati in camerate da sei con due bagni. Questo nel 2026 non è possibile. Per questo abbiamo chiesto che nei nuovi alloggi ci fosse maggiore privacy, un angolo cottura e una sala relax. Quello che si sta facendo alla Duca degli Abruzzi e in altre caserme spezzine. Ma anche le modifiche agli stabilimenti marittimi, che consente al personale imbarcato di sapere che la propria famiglia potrà avere un ambiente sicuro in cui trascorrere tempo di qualità mentre loro sono in mare”.
Questo aspetto non rischia di essere visto come un privilegio?
“In verità la cultura occidentale delle forze armate in Italia ha sempre preso poco, perché abbiamo sempre avuto scarsi stanziamenti rispetto ad altri Paesi. All’estero per esempio ci sono le scuole dedicate alle famiglie dei militari, cosa che noi non chiediamo perché pensiamo che la scuola italiana sia eccezionale. Poi ci possono essere esperienze particolari come l’asilo nido alla caserma Duca degli Abruzzi, nata proprio qui alla Spezia. E’ stato un successo, riproposto anche in altre sedi. Anche questo frutto di un processo anche culturale. Pensi che la prima ipotesi di regolamento prevedeva che i posti fossero assegnati con priorità ai gradi più alti. Abbiamo portato avanti una battaglia, già in epoca pre sindacale, affinché i criteri fossero più democratici e si mettesse in primo l’esigenza economica e poi operativa: priorità a chi è imbarcato. D’altra parte il nostro è un mestiere che ha delle peculiarità. Per esempio la Marina Militare assegna per prassi le destinazioni ai comandanti a giugno. Ma le iscrizioni a scuola si fanno a marzo. Quindi c’è chi iscrive i figli a Taranto e due mesi dopo viene destinato alla Spezia. Allora si fa domanda per la deroga, ma spesso non ci sono più posti per i bambini. Si cerca una scuola in provincia e così magari si deve passare un anno fare la Spezia-Sarzana e ritorno solo per portare e prendere i figli da scuola, in attesa di fare domanda per avere un posto in città. Allora magari finisce che lasci la famiglia un anno a Taranto o Roma, sperando di poterli portare alla Spezia l’anno dopo. Chi ha figli piccoli ne soffre ovviamente. Sono situazioni che viviamo quotidianamente. Abbiamo chiesto alla Marina di destinare il personale entro marzo e, in seconda battuta, al ministero della pubblica istruzione di poterci confrontare per trovare un punto di incontro. Per adesso non abbiamo ancora ottenuto di aprire un tavolo. Sono cose sulla carta banali, ma scalfire una costruzione burocratica consolidata non è scontato”.

Il sindacato militare è nato proprio in un periodo storico in cui l’operatività della Marina Militare è molto aumentata, dalle aree di crisi degli stretti fino alle missioni in Estremo Oriente.
“Un aspetto che ci ha dato molto lavoro in più indubbiamente. Ci tengo a dire che nessuno ci è mai venuto a dire ‘non voglio andare via’. La professionalità del personale di Marina si è dimostrata straordinaria. Questa enorme attività ci ha affaticati, ma ci ha anche avvantaggiati nel far capire ai vertici quanto sia fondamentale avere personale motivato e seguito. Abbiamo notato un miglioramento su alcuni aspetti, ma la forza armata è così articolata che ottenere un’omogeneità di risposta è difficile. Ciò che si ottiene alla Spezia non è detto che sia automaticamente replicato a Venezia o Cagliari. Un altro aspetto è la vigilanza sull’applicazione delle normative. E questo è un lavoro che facciamo puntualmente, magari senza farne troppa pubblicità ufficiale. La prima cosa è l’ascolto, anche nei confronti di chi non è iscritto, creare quella conoscenza che ci permette di essere un passo avanti. Carpiamo un’esigenza e poi ci lavoriamo con le nostre competenze e prerogative”.
A proposito di nuove navi e di nuove missioni, il problema della carenza di personale è una delle debolezze strutturali denunciata dai sindacati e dai vertici stessi.
“Questo non è un problema, è il problema. La Marina ti chiede un sacrificio enorme. Capita di fare quattro mesi di navigazione, quindici giorni di pausa e poi venire assegnato a un’altra nave perché magari sei uno specialista. A qualcuno basta la licenza per ricaricarsi. Molti dopo uno o due anni non ce la fanno più e abbandonano. Se ad andarsene sono giovani, cercano lavoro fuori dall’ambito militare. I più anziani invece passano all’impiego civile. Il personale si assottiglia e rimangono soprattutto gli impiegati. Poi ci sono quelli che invece rimangono, ma sono demotivati”.

D’altra parte la Marina Militare soffre una certa ‘crisi delle vocazioni’: è sempre meno facile attrarre giovani. Non basta più il fascino del mare e della navigazione.
“Il calo dei volontari è drammatico, non si coprono mai i posti a concorso. Perché i giovani si parlano, vedono com’è la realtà della Marina Militare e lo raccontano. Sanno che non hai orari di lavoro: per cento euro in più lordi in busta paga a fine mese devi essere a disposizione sempre. Un incentivo che non basta. Un giovane che entra vede personale anziano costantemente posto sotto stress, chiamato magari a fare il ‘tappabuchi’ ed è logico che preferisca andare nelle altre forze armate se può. Incertezza sugli orari, sul luogo di lavoro, sulla paga e il risultato è che più del 50% rinuncia al termine della ferma. Un altro aspetto è l’impossibilità di usare i social quando sei in navigazione. Vengono aperte delle finestre di utilizzo per parlare a casa o con gli amici, ma di fatto quando sei in mezzo al mare devi troncare tutte le relazioni. Ha sempre fatto parte del gioco, ma oggi è una condizione percepita come più pesante soprattutto dai giovani. Quando navigavo io, sapevo di non poter avere contatti in quel periodo: quattro o cinque mesi in mare, però poi sarei rimasto quattro o cinque mesi a terra vicino alla famiglia. Oggi si parla a volte di dieci mesi di navigazione ogni anno, un periodo in cui sei isolato e non sei neanche pagato come i colleghi della marina mercantile. Non bastano le soste in porto. E’ cambiato il mondo e di conseguenza deve cambiare l’approccio verso le persone”.
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