E’ uno degli ultimi testimoni viventi del grande bombardamento della Spezia del 14 aprile 1943, degli eventi legati all’8 di settembre e della Liberazione. Immagini, suoni e odori che hanno attraversato il Novecento e i primi decenni del nuovo millennio impressi nella mente prodigiosa di un bambino di appena 8 anni. Quella di Bruno Bastogi, classe 1935, che a 91 anni compiuti è ancora una spugna imbevuta di aneddoti.
Nato in via della Quercia – “proprio in cima in cima, quasi a Marinasco” – da quel palco naturale sull’anfiteatro del Golfo della Spezia ha visto passare la storia e non l’ha più dimenticata. Un giorno di fine inverno ci ha aperto le porte della sua bella casa sulle colline nordoccidentali della città, costruita in anni di lavoro, per condividere un viaggio nel tempo. Ha portato con sé un foglietto di appunti, ma in pratica non gli servono per raccontare la guerra, influenza stagionale del mondo. Banalizzata ogni giorno nelle parole dei leader di oggi, quando non direttamente esaltata, proprio come negli anni Quaranta. Oggi sono 83 anni dal grande bombardamento del 14 aprile 1943, quello che porta nella case degli spezzini la realtà della guerra al di là della vuota propaganda mussoliniana. Insieme a quello del 19 aprile successivo sono centinaia le vittime che rimangono sotto le macerie del centro storico e della base navale.
“L’abbiamo vista arrivare”
“La guerra l’ho vista arrivare anch’io che ero un bambino. Avevamo capito che sarebbe arrivata fino a qua. Il primo anno dopo la dichiarazione di Mussolini lo abbiamo vissuto abbastanza tranquillamente. Poi è arrivato il primo bombardamento sull’arsenale. E’ arrivata una squadriglia dal mare e ha sganciato sulla base navale. Avevo uno zio reduce dalla guerra in Albania, poi trasferito in Francia. Passava dalla città in un giorno di permesso, vide quel bombardamento e disse ‘Quasi meglio stare al fronte, almeno puoi rispondere’”.
Il bombardamento del 14 aprile 1943
“Eravamo a Strà, con il golfo sotto di noi, in un locale al di sotto di un terrazzo panoramico che di solito funzionava da magazzino. Un edificio fatto in cemento, solido, con sacchetti di sabbia messi sulla terrazza a protezione dalle schegge. Tutto il paese vi si rifugiava in caso di bombardamento. Ci eravamo abituati a sentire cadere le bombe, ma quella sera non finivano più. Il 14 e il 19 aprile furono terrificanti”.
“Finite le bombe uscimmo e io dovevo fare la pipì. Mio padre, forse per non farmi vedere quello spettacolo, mi mise il cappotto sul volto. Lo scostai… la Spezia era tutta in fiamme. Un odore di polvere che prendeva la gola, come quando accendi uno zolfanello. Qua e là c’erano roghi sparsi e poi esplosioni, forse di depositi militari. A un certo punto passò un camioncino con un megafono che chiedeva a tutti di scappare verso l’entroterra perché c’era il pericolo di una grande esplosione. Non so a cosa si riferissero. Noi siamo stati ospitati in Valdurasca da una famiglia, sei o sette bambini su un letto. Allora c’era un senso dell’ospitalità diversa”.
Il bombardamento del 19 aprile.
“Mi è rimasta impressa una persona. Una persona anziana. Si era messa a cavalcioni della finestra e guardava. Ogni bomba che cadeva… ‘viva il Duce!’ diceva. Un’altra esplosione e lui… ‘viva il Duce!’. Chiaramente in senso ironico. ‘Ecco dove ci ha portato’. Poi una bomba è arrivata al Salto del Gatto e non lo abbiamo sentito più”.
La città il giorno dopo.
“Mia madre lavava i panni degli ufficiali della Regia Marina. Al martedì scendeva in città per raccoglierli. Li lavava e stendeva in collina e poi tornava giù a riconsegnarli. Io scendevo con lei ovviamente, non voleva lasciarmi solo. Rebocco, come era ridotta! C’era ancora il canale scoperto e le case attorno tutte distrutte”.
Pippo.
“Siamo arrivati a un punto che di bombardamenti ce n’era uno al giorno. Passava il famoso Pippo, che buttava manifestini su cui era scritto ‘Mi chiamo Pippo, al giorno dormo e alla notte picchio’. Sorvolava la città, sganciava una sola bomba e poi se ne andava via. Giusto per tenere la tensione costante”.
Il Messerschmitt Me 262.
“Dopo quell’aprile del 1943 fui mandato via tre mesi a Brugnato da mia nonna perché era ritenuto più sicuro. Lì avvenne un fatto che mi è rimasto impresso. Mi trovavo con i contadini del posto a raccogliere il granturco nei campi. A un certo punto passò questo aereo a bassa quota, con due getti di fumo alle spalle. Poi scoprimmo essere un prototipo Messerschmitt a reazione, ma non avevamo mai visto una cosa del genere. Tutti hanno cominciato a dare di matto, a scappare. ‘Aiuto, lanciano i gas! Lanciano i gas! Ci ammazzano tutti!’. A quel punto della guerra avevamo paura sia degli Alleati che dei tedeschi. Quel giorno dalla paura mi è venuta l’itterizia. Mia madre allora mi è venuta a prendere e mi ha riportato a casa. Mi ricordo che mi disse ‘se dobbiamo morire, moriamo tutti assieme’. E così sono ritornato alla Spezia”.
Le Brigate Nere.
“Tornato alla Spezia, un giorno ero con un gruppo di ragazzi della Chiappa che giocavamo dalle parti di via Brozzo. Sono arrivate le brigate nere. I ragazzi si sono spaventati e istintivamente sono scappati. Le Brigate Nere, vedendo la fuga, hanno imbracciato i fucili e hanno iniziato a sparare. I ragazzi hanno girato l’angolo e sono venuti su lungo una mulattiera verso il Salto del Gatto con i fascisti dietro. A ogni curva riuscivano a intravederli e lanciavano una mitragliata. Arrivati al Fornello, dove abitavo, mia madre è scesa in strada. Si è parata in mezzo alla scalinata e ha fermato gli inseguitori. ‘Ma non li vedete che sono solo ragazzi?!’. E questi hanno iniziato a minacciare di fucilarla perché si era messa in mezzo. L’hanno messa contro un portone. Fatalità, passò in quel momento la segretaria del comando tedesco, che percorreva quella strada ogni giorno per raggiungere la Lopasina. Ogni tanto ci dava anche un cioccolatino. Di fronte a questa scena di una signora minacciata da questi giovanotti si è fermata. ‘Questa donna ha impedito la cattura di alcuni partigiani’ gli disse una camicia nera. E mia madre a spiegare che non era così. Lei li fermò, gli chiese di recarsi al comando a riferire sui fatti. E questi si sono guardati un attimo, hanno fatto il saluto e se ne sono andati. E’ andata bene”.
Fare il sale tra le macerie.
“Facevamo il sale. Non avendo molto da mangiare. Entravamo in un palazzo bombardato, poi prendevi una lamiera, la piegavi per creare una sorta di vasca. Essendo io piccolo, e quindi non in età da leva, mi avevano consegnato un carrettino con cui andavo al molo dei vaporetti. Prendevo l’acqua di mare, la facevamo bollire in questo contenitore di fortuna usando porte e finestre distrutte per fare il fuoco. Grattavamo il sale quando era evaporato. Poi mia madre e le altre donne partivano a piedi con questo sale in spalla e salivano verso Parma, dove lo scambiavano con un po’ di farina e formaggio. Ci mettevano sette o otto giorni a fare il viaggio andata e ritorno. Il ponte di Caprigliola era stato distrutto, allora noi scendevamo dall’altra parte della fiume ad aspettarle e aiutarle ad attraversare il Magra”.
La guerra per gioco.
“Noi andavamo a scuola. Non vivevamo la preoccupazione con l’intensità con cui la vivevano i nostri genitori. Costruivamo una collinetta di terra, ci mettevamo due bastoni e ne facevamo i nostri cannoni. Eravamo influenzati dagli eventi”.
La minestra con la marmellata.
“Prima di andare a scuola prendevo due pecore e le legavo in una scarpata che era di proprietà di mia nonna. Dalla Foce scendevano spesso le autocolonne che passavano dalla Valdurasca per poi andare a portare materiale al fronte sulla Linea Gotica. Un giorno uno di questi camion ha sbandato ed è caduto fuori strada proprio nei terreni di mia nonna. C’è morto l’autista. Era pieno di munizioni. Lasciarono due uomini di guardia. Arrivai con le mie pecore e trovai questi due tedeschi con cui scambiammo un saluto. A mezzogiorno, quando tornai a prendere le pecore, li trovai che avevano acceso un fuoco e messo un pentolone. Mi invitarono a pranzare. Io, tra mille titubanze, accettai anche per non indispettirli. Mi passarono un piatto e due posate insieme a una minestra. La fame non mancava. Ma dentro a quella zuppa c’era la marmellata… insomma l’ho sputata d’istinto al primo boccone. Uno rideva, l’altro era furioso. Raus! Raus! E via calci nel sedere. Sono scappato a gambe levate. Il giorno dopo sono tornato a cercare le posate. Ce le ho ancora come ricordo”.
Mostra due posate di metallo con una svastica stampigliata sul manico.
La pistola rubata.
“Ero con Luigi un giorno, giocavamo con un carretto di legno presso quello che chiamavano ‘il palazzo’. Ci stavano due fratelli che facevano i mezzadri per i Doria di Genova. Era un cariola con qualche rinforzo di lamiera. Arrivarono due delle Brigate Nere e intimarono l’alt a Bruno e Attilio. Con un gesto di intesa questi sono saltati addosso a uno di questi e gli hanno preso la pistola. E poi sono scappati. Questi dietro, sparando con la rivoltella. Li vedemmo passare di corsa, poi gli spari. Quando scomparirono guardammo la carretta. C’erano tre fori di proiettile. Noi illesi”.
La villa della Foce.
“C’era una villa, e c’è ancora, a Marinasco sulla strada per Viseggi con un tetto particolare. I tedeschi ci avevano fatto il comando. Arrivarono tre caccia, forse Spitfire. Scendevano in picchiata uno dietro l’altro puntando la villa e mitragliando l’edificio a più riprese. Uno spettacolo drammatico, ma per me bambino anche affascinante per il modo coordinato in cui si muovevano”.
Tempi pericolosi.
“Mio zio venne a dormire a casa nostra in licenza. Non avevamo un materasso su cui ospitarlo. Mio fratello, che era un ragazzone, mi portò a Marinasco per recuperarne uno dalla nonna. Mentre scendevamo lungo il Salto del Gatto con questo ingombro sulle spalle… una mitragliata! A Viseggi c’erano i tedeschi, chissà per chi ci avevano scambiati. Fatto sta che saltammo oltre un muro per proteggerci. Per almeno due ore siamo rimasti rannicchiati e ogni volta che provavamo a fare capolino ripartiva la mitraglia. Allora camminando carponi in qualche modo riuscimmo a portarci fuori tiro. E salvammo anche il materasso”.
“I tedeschi prendono tutti”
“Sarà stato agosto o settembre del 1943. Stavamo giocando nel piazzale della chiesa di Marinasco in un gruppo di bambini. Arrivò il prete di corsa: ‘Andate a casa e dite ai vostri di non uscire, perché alla Foce ci sono i tedeschi che prendono tutti e li portano via’. Sono corso a casa a portare la notizia e la gente era fuori a vendemmiare. ‘Ma va là!’ mi hanno detto. ‘La guerra è finita’. E poi si sono dovuto ricredere. C’era chi immaginava che i tedeschi non avrebbero accettato la resa e avrebbero reagito. Ma c’era chi non aveva capito. Io ho imparato poche parole in tedesco: scheisse (merda), raus (fuori), kaputt (finito), arbeit (lavoro)… non ce n’è una piacevole”.
La battaglia di Viseggi.
“Di questa battaglia io non ho mai trovato menzione nei libri di storia locale. Eppure l’ho vista. Verso la fine della guerra, con gli americani già in città, iniziò un bombardamento con i mortai su monte Viseggi. Forse da Punta Bianca addirittura. La prima scarica, per prendere le misure, arrivò alla Chiappa e tra di noi si sparse la voce che i tedeschi stavano contrattaccando. E così salimmo a Viseggi per cercare riparo, finendo invece proprio nel tiro dei mortai degli americani. Quella sera morì un uomo dalle parti di Via Cesare Bertagnini. Il bombardamento durò quasi tutta la notte. I partigiani la mattina arrivarono a fare prigionieri i sopravvissuti. Presero un carro per riporvi un soldato a cui mancava un piede. Le donne del posto gli portarono il caffè latte. Le donne aiutavano tutti, sperando forse che qualcuno facesse lo stesso con i loro figli al fronte”.
Gli ultimi tedeschi.
“Gli ultimi tedeschi hanno resistito quasi due giorni lì a Viseggi. Quando si sparse la voce che gli americani stavano per entrare a Sarzana abbandonarono anche il comando di Piantarana. Noi li salutavamo mentre salivano sul camion. E loro ci fecero cenno di entrare nel capannone, che abbandonavano tutte le loro scorte. C’era di tutto. Chi sapeva di meccanica si è andato a prendere cuscinetti, scalpelli, torni e frese perché sapeva quanto valore avrebbero avuto da lì a poco. Io avevo adocchiato un tendone, ma non sono riuscito a portarlo via”.
La Decima Mas.
“Si andava a prendere il carbone a San Benedetto e lo si vendeva ai Buggi. Un giorno mi trovavo di fronte alla Gira con Marietto e mio fratello con un carretto pieno di carbone. Passava una colonna della Decima Mas e noi, con tutto il rispetto, rimanemmo impegnati nelle nostre attività. Scese un graduato, prese mio fratello e Marietto e gli piazzò due schiaffoni per uno. ‘Ora vi alzate il braccio e salutate finché non finisce la colonna!’. Siamo rimasti un’ora in posizione di saluto. Bisognava sempre essere guardinghi quando avevi a che fare con gli adulti”.
Il primo soldato americano.
“C’erano tre postazioni di mitragliatrice. Una era alla Foce proprio dove ora c’è la fermata dell’autobus. Puntava l’Aurelia che saliva dalla città. Eravamo dentro Bocca Lupara, in cui siamo rimasti due giorni nascosti. Scesi in Via Cantarana notammo il primo soldato americano: un ragazzo di colore che aveva messo dei sacchi di sabbia lungo la strada e osservava la zona del Negrao. Ho saputo dopo che era della 92esima Divisione Buffalo. Meno male che sono arrivati loro da noi, perché erano davvero bravi”.
Gli spari sulla festa.
“Nei giorni seguenti c’era aria di festa per l’arrivo degli americani. Passavano e la gente applaudiva. Ce n’era uno, molto alto, che si era riempito le tasche di dolciumi. Si metteva in mezzo a noi e girava su sé stesso… e noi attorno a lui a cercare di prendere cingomme e caramelle. Proprio durante questo momento di allegria noto una casa in Via Bertagnini che era stata incatramata sul tetto per isolarla dall’umidità. E si formavano delle macchie bianche su questo tetto, proprio sotto i miei occhi. Solo dopo arrivò il rumore degli spari. Quel soldato di colore mi gettò a terra e si mise sopra di me per proteggermi. La seconda sventagliata arrivò proprio su di noi. Mio fratello si prese una pallottola in una gamba. Il mio amico Franco fu colpito a un braccio ed è rimasto invalido. E poi c’era un ragazzo morto”.
Radio Londra.
“Mio padre non andò in guerra perché aveva già più di quarant’anni quando scoppiò. A Strà ascoltavano Radio Londra: lui, Checco e una famiglia toscana che si era trasferita qui. A volte mi portava con lui quando mia madre era a Parma a vendere il sale. A scuola si salutava ancora il Duce la mattina, almeno fino al 1944 c’era questa formalità”.
L’eccidio della Scorza.
“Quello me lo ricordo. Alceste era il calzolaio della Chiappa. Erano del Comitato di Liberazione Nazionale, come mio padre. Gente di quasi cinquant’anni. Non avevano il fisico per andare ai monti, sarebbero morti di stenti. Facevano i sabotatori in città”.
Bastogi fa riferimento all’eccidio del 1° novembre 1944 avvenuto presso il quartiere della Scorza come rappresaglia dell’attacco partigiano alla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana di Migliarina del 29 ottobre precedente, in cui morirono quattro fascisti. Lo stesso giorno ci fu il tentativo di rapimento di un ufficiale repubblichino proprio alla Scorza, in cui morì un altro milite. Due giorni dopo vengono fucilati Alceste Alessandrini (48 anni), Davide Battolla (26 anni), Giacomo Bernardini (24 anni), Guido Brambati (22 anni), Silvio Chiocconi (40 anni), Bruno Franceschini (19 anni), Leopoldo Marafetti (20 anni), Silvio Raffi (33 anni), Marcello Ruggia (20 anni) e Torquato Venturini (49 anni).
I partigiani.
“Sono arrivati i partigiani una notte. Reduci da un’azione in città. Io stavo al Fornello e avevamo il bagno fuori. Erano quelli della Cento Croci, molti di loro erano della Chiappa e li conoscevo. Sapevano che c’era una ritirata e l’hanno usata. Io avevo la porta della camera proprio accanto. Sentivo i fucili che venivano appoggiati al muro. Noi eravamo pienamente con i partigiani come famiglia, ma c’era anche chi non la pensava come noi. Però le dico questo. Se io e i miei amici, come bambini, vedevamo i tedeschi o le Brigate Nere cercavamo istintivamente di nasconderci. Se vedevamo un partigiano, non ci veniva di farlo”.
La fine.
“La fine. La fine è stata bella. Ci abbracciavamo tutti. Ma c’era chi aveva perso un figlio in guerra. Loro piangevano”.
Si asciuga gli occhi.