Alluvione del 2011, l’esperto: “Più strumenti per prevedere il meteo, ma i temporali restano difficili da localizzare”

Sono passati quindici anni dall’alluvione del 25 ottobre 2011, che devastò le Cinque Terre, la Val di Vara e la Lunigiana e interessò anche la Val di Magra con la piena del fiume. Tredici vittime tra Liguria e Toscana, territori sconvolti e una ferita che resta nella memoria collettiva. Da allora la capacità di prevedere le precipitazioni intense e di prevenire situazioni di pericolo per la popolazione è migliorata, grazie a nuovi strumenti, modelli meteorologici e sistemi di monitoraggio. Ma quanto siamo davvero più preparati di fronte a fenomeni estremi? E quanto sono cambiati l’approccio delle istituzioni e i comportamenti dei cittadini, mentre le piogge tendono a concentrarsi in episodi sempre più intensi?

Emiliano Ragonesi, di Meteospezia.com, ripercorre i cambiamenti avvenuti dal 2011, dai progressi nella previsione meteorologica al funzionamento del sistema di allertamento, fino al ruolo della Protezione civile e alla necessità di sviluppare una maggiore consapevolezza dei rischi.

Quindici anni dopo l’alluvione, come è cambiato l’approccio alle piogge torrenziali autunnali e quanto è migliorata la capacità di previsione?
“Il 25 ottobre 2011 ci ha insegnato che il problema non è solo quanta pioggia cade, ma dove e in quanto tempo. Un temporale autorigenerante, rimasto quasi fermo sul Levante per diverse ore, ha scaricato circa 470 mm in 6 ore e oltre 530 in 24, con punte di 150 mm in un’ora in alcune zone della Val di Vara. Il bilancio fu di 13 vittime tra Liguria e Toscana. Eventi così sono ancora tra i più difficili da prevedere nel dettaglio. Da allora però si è lavorato molto sul breve e brevissimo termine: radar, modelli ad alta risoluzione e sistemi che trasformano la pioggia prevista in portata dei piccoli corsi d’acqua. Oggi sappiamo indicare con buon anticipo che un certo giorno e una certa zona sono a rischio. Dire con precisione in quale valle si fermerà il temporale resta il limite”.

Anche il sistema di allertamento è cambiato. Come sono evoluti i messaggi e quali sono i limiti attuali?
“Il cambiamento principale è che l’allerta oggi parla degli effetti al suolo, non solo della pioggia. Si usano i tre colori giallo, arancione e rosso: in Liguria li ha adottati la Regione con una delibera del 2015, in linea con le convenzioni nazionali. Prima c’erano ‘Avviso’ e ‘Allerta 1 e 2’. C’è anche più attenzione a spiegare cosa fare, non solo cosa succede. Il limite maggiore riguarda i temporali: l’allerta è una previsione su zone ampie, la Liguria è divisa in cinque, e per i temporali isolati il livello massimo è l’arancione, perché non si può stabilire in anticipo dove cadrà il nubifragio. Non è un difetto del sistema, è la natura del fenomeno. Per questo un’allerta gialla o arancione va presa sul serio anche quando la pioggia sembra ‘poca’ dalle nostre parti”.

Come funziona oggi il rapporto tra meteorologi e Protezione civile? A chi spetta decidere come intervenire sul territorio?
“Il sistema si basa su una legge regionale e sulla direttiva nazionale del 2004 sul sistema di allertamento. Il Centro Funzionale Meteo-Idrologico è gestito da Arpal per conto della Regione dal 2005 e, dopo la riforma regionale del 2016, comprende anche le competenze geologiche. Fa previsioni e monitoraggio e valuta i livelli di criticità, a cui corrispondono i livelli di allerta. Il Settore Protezione Civile della Regione adotta i messaggi di Arpal e li diffonde: li pubblica sul sito allertaliguria.regione.liguria.it e li invia a Prefetture, Comuni e strutture operative. Attiva anche la propria sala operativa regionale e, se serve, dispone l’impiego del volontariato. La Prefettura rilancia l’allerta con le proprie procedure e, nelle emergenze più gravi, il Prefetto assume la direzione unitaria dei soccorsi, coordinandosi con i Sindaci e con il Presidente della Regione. Le decisioni sul territorio spettano al Sindaco, autorità territoriale di protezione civile. Sulla base del piano comunale, informa la cittadinanza, attiva il presidio delle zone a rischio e la fase operativa del Comune, con il volontariato locale e il Centro Operativo Comunale. I cittadini, informati dal Comune, devono mettere in atto le misure di autoprotezione. Noi di Meteo Spezia non facciamo parte di questa filiera: ci basiamo sulle sue informazioni ufficiali e nel nostro piccolo ci limitiamo a rilanciare il messaggio di allerta su Facebook, Instagram, Notifica App meteospezia e Telegram”.

Rispetto al 2011, quali strumenti e conoscenze abbiamo oggi? E quanto incidono i cambiamenti climatici sull’intensità delle precipitazioni?
“Rispetto al 2011 abbiamo più dati e strumenti. C’è il radar di Monte Settepani, usato per il nowcasting, cioè la previsione della pioggia nelle ore immediatamente successive. C’è la collaborazione di Arpal con la Fondazione Cima, che sviluppa modelli meteo-idrologici per prevedere le piene dei piccoli bacini. A questo si aggiungono reti di pluviometri e idrometri, anche comunali. Sul clima serve prudenza: un singolo evento non si attribuisce al riscaldamento globale. Gli studi sul lungo periodo indicano però, per la Liguria e il Tirreno, un lieve calo delle piogge totali e un aumento costante dell’intensità degli eventi. Un Mediterraneo più caldo non fa piovere di più in totale, ma rende più violenti i singoli episodi. Questo ci dice che dobbiamo aspettarci più spesso piogge concentrate, anche se non possiamo dire quando”.

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