Intelligenza artificiale, Lubrano: “Il rischio non è che ci stermini, ma che perdiamo capacità cognitive e lavoro”

L’intelligenza artificiale non è nata con ChatGPT e non è nemmeno una tecnologia degli ultimi anni. Ha alle spalle circa settant’anni di storia, ma quella che stiamo vivendo oggi è una fase profondamente diversa, segnata dalla disponibilità di enormi quantità di dati e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa. A fare il punto sulle origini, sulle potenzialità e soprattutto sui rischi della tecnologia è stato questa mattina Filippo Lubrano, saggista, giornalista e divulgatore tecnologico, ospite di “Info Weekend” su RLV – La radio a colori.

“Intelligenza artificiale è un termine ombrello, che poi alla fine vuol dire poco, perché dentro ha tutta una serie di tecnologie”, ha spiegato Lubrano, ricordando come l’espressione sia stata coniata negli anni Cinquanta durante la conferenza di Dartmouth. “Era un nome più sexy dal punto di vista del marketing, per avere finanziamenti per la ricerca”. Per decenni, ha aggiunto, si è parlato soprattutto di cibernetica, mentre il termine intelligenza artificiale è diventato di uso comune soprattutto a partire dagli anni Novanta.

Quella attuale è però un’intelligenza artificiale molto diversa da quella del passato. La disponibilità di una quantità enorme di dati ha permesso lo sviluppo dei sistemi cosiddetti sub-simbolici, capaci di elaborare miliardi di parametri senza che sia possibile ricostruire con precisione ogni singolo passaggio del loro funzionamento. “Si parla di comportamenti emergenti”, ha spiegato Lubrano, sottolineando come anche gli stessi ingegneri che hanno sviluppato questi sistemi non siano in grado di aprire il “cofano” e indicare esattamente tutti gli ingranaggi che determinano una risposta.

Un limite che emerge anche nell’utilizzo quotidiano è quello delle risposte non sempre attendibili. Durante la trasmissione è stato ricordato un esempio concreto: interrogando un sistema di intelligenza artificiale sui conduttori della radio, il programma aveva attribuito loro una notorietà nazionale che evidentemente non corrispondeva alla realtà. Un errore che Lubrano riconduce anche a una caratteristica progettuale dei grandi sistemi oggi disponibili. “Fanno delle lusinghe benevolenti nei nostri confronti”, ha spiegato, tendendo ad assecondare e compiacere l’utente. Una caratteristica che può rendere l’interazione più piacevole, ma che impone anche di mantenere un atteggiamento critico nei confronti delle risposte ricevute.

Il tema più delicato riguarda però gli effetti dell’intelligenza artificiale sulle capacità delle persone, soprattutto sui ragazzi che stanno crescendo utilizzandola quotidianamente. “Uno dei rischi è quello dell’atrofia cognitiva”, ha detto Lubrano, collegandolo a un fenomeno già osservato con internet. La possibilità di ottenere immediatamente una risposta può infatti ridurre l’esercizio necessario a ricordare, cercare e verificare autonomamente un’informazione. Con l’intelligenza artificiale questo meccanismo può diventare ancora più forte, perché non si tratta più soltanto di recuperare un dato, ma di affidare al sistema attività che fino a poco tempo fa richiedevano lettura, comprensione, elaborazione e scrittura.

Il problema riguarda in modo particolare gli studenti. “Magari compilano un esercizio che sembra perfetto ma in realtà ha le informazioni sbagliate”, ha spiegato Lubrano, ricordando il fenomeno delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale, cioè risposte formulate in modo apparentemente convincente ma contenenti informazioni errate. Da qui la necessità di un utilizzo consapevole della tecnologia, soprattutto quando viene impiegata per studiare o prendere decisioni.




Lubrano e il suo nuovo libro


 

Lubrano ha raccolto molte di queste riflessioni nel suo ultimo libro, “Il lavoro senza di noi”, appena pubblicato da Tlon. Un lavoro nato, ha spiegato, dall’esperienza maturata nell’insegnamento e dal confronto con studenti e manager, ma anche dai viaggi organizzati in Asia per incontrare aziende impegnate nello sviluppo della robotica, della dronistica e delle nuove tecnologie legate alla mobilità.

Ed è proprio il futuro del lavoro uno degli aspetti sui quali, secondo Lubrano, occorre iniziare a discutere seriamente. L’automazione non riguarda soltanto i lavori più operativi. “Il rischio che ci sia una sostanziale automazione di molti mestieri o che comunque non scompaiano del tutto alcuni mestieri, ma che servano molte meno persone per fare le stesse attività che oggi richiedono un numero molto più elevato di persone”, ha spiegato. Un fenomeno che riguarda sia i lavori intellettuali, compresi quelli dei dipendenti pubblici e privati, sia quelli manuali, che fino a oggi sembravano maggiormente protetti dall’avanzata dell’intelligenza artificiale.

Secondo Lubrano, negli Stati Uniti il tema è già entrato con forza nel dibattito pubblico e politico, mentre in Italia sarebbe ancora troppo poco discusso. “Secondo me è molto necessario iniziare a parlarne seriamente”, ha sottolineato.

Quanto invece allo scenario più estremo, quello di un’intelligenza artificiale capace di provocare l’estinzione dell’umanità, Lubrano invita a non confondere le ipotesi teoriche con i problemi concreti già presenti. “Il rischio che ci stermini tutti non è assolutamente zero, ma è un rischio molto molto improbabile in questo momento, ai limiti un po’ della fantascienza”, ha spiegato. Molto più urgenti, a suo giudizio, sono i rischi che la tecnologia sta già producendo: dalla perdita di alcune capacità cognitive all’impatto sull’occupazione, fino all’utilizzo inconsapevole di sistemi che possono fornire risposte errate ma apparentemente credibili.

Sono questi, secondo Lubrano, i temi sui quali dovrebbe concentrarsi il dibattito sull’intelligenza artificiale nel prossimo futuro, prima ancora degli scenari catastrofici. Un confronto che RLV ha già annunciato di voler proseguire nelle prossime settimane, tornando ad approfondire con Lubrano le trasformazioni che l’intelligenza artificiale sta portando nella società, nello studio e nel mondo del lavoro.

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