L’omaggio espositivo L’impeto del Segno che il Museo Diocesano di Brescia dedica al ricordo del pittore spezzino Fabio Maria Linari (1959-2013) si collega idealmente alla magnifica e indimenticabile mostra Fabio Maria Linari – La pittura del ‘500 e la parola incantata di Giovanni Testori, inaugurata l’11 gennaio 2004 nel Museo Diocesano di Sarzana. Nella sede bresciana viene riproposto lo straordinario ciclo di dipinti Apparuit Homo (2003), tempere su carta applicata su tavole di grande formato (cm 138×97,5).
Linari, figlio di Giacomo (1912-1993), eccellente e colto pittore unanimemente apprezzato, ha sviluppato con indubbia personalità la sua profonda lettura delle opere ispirate a episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, realizzate dal Romanino (1484-1560) e dal Moretto (1498-1554) per la Cappella del Sacramento in San Giovanni evangelista a Brescia, riscoperte e studiate dallo scrittore e storico dell’arte Giovanni Testori (1923-1993), conosciuto da Fabio nel 1986.
Mi accingo a scrivere qualche pensiero, ma prima scorro la copiosa biografia di Fabio, nella quale sono lusingato nel vedere il mio nome ripetersi più volte, sin da quando nel 1984 condivisi le esemplari cartelle di incisioni, intitolate Magie del Golfo e Il Cantico delle Creature, promosse dal “Gruppo Segno Grafico Ligure”.
Nello stesso anno venni invitato al decollo del “Gruppo Idioma”, animato da Massimo Angei (1962), Jacopo Bruno (1964), Marco Casentini (1961) e Andrea Geremia (1964). Nella relazione al convegno dell’11 ottobre 2014 dedicato a Fabio (al rientro dalla sua docenza in terra lombarda) dal LAS – Liceo Artistico Statale Cardarelli, dove insegnava dal 2011, già allora ebbi a evidenziare che «quella di Linari è pittura che produce bellezza, seppure una sanguinante bellezza che ci trasmette frustate strazianti e brividi di lunga durata. Linari offre la sua sensibilità per ricreare, in forma graffiante e pungente, la problematica esistenziale che investe l’uomo e la società. Le sue figure strepitano e le loro voci ci raggiungono».
Da allora è stato per Fabio un succedersi d’impegni espositivi in Italia e all’estero, che ne hanno consolidato il profilo di artista ricco di cultura e di libertà espressiva, capace di perseguire convintamente il suo “sogno” creativo associando – con originali intuizioni – la realtà all’immaginazione.
Poi, dopo cinque anni dalla sua improvvisa scomparsa, la ricca retrospettiva Fabio Maria Linari Viaggiatore senza tempo alla Palazzina delle Arti, inaugurata il 15 dicembre 2018, e, dieci anni dopo, siamo nel 2023, la collettiva Ten, curata da Paolo Asti e allestita nello Spazio Startè. Asti, evocando il significato del ricordo, scrive nel testo a catalogo che «il passato in quanto tale non esiste. Il passato esiste nel presente, dove si manifesta il ricordo di ciò che è stato. Linari è stato un artista, ma prima di tutto un uomo che, mosso dalla passione per l’atto creativo, ha lasciato il suo segno».
Anche l’amico e studioso Beppe Agosti afferma l’indimenticabilità di Linari, sottolineando «il nostro assoluto bisogno di rimanere avvinghiati a questi veri e propri campioni di umanità, che anche da morti riescono nella loro opera di conforto, di incoraggiamento, di felicità e di riconoscenza per questa vita che ancora ci contiene e ci sprona a varcare la soglia, a conoscere quella verità senza la quale, pur soffrendo e rischiando di meno, non si riesce a vivere come si deve».
A Domenico Montalto, presentando nel 2001 alla “Compagna del Disegno” (MI) la mostra Montagne, non è sfuggito lo sguardo di Fabio «portato al centro delle cose e della nostra attuale condizione di uomini; un tributo, certo, ma anche alla serena, salda e ontologica eternità del creato, sia pur osservato da una prospettiva periferica, volutamente incerta».
Pensieri straordinari che ci fanno incontrare, prima ancora del profilo artistico, lo spessore umano del pittore, che in ogni occasione espositiva – che spaziava non di rado nell’impegnativo esercizio della grafica – ha sempre dato valore con l’efficace apporto del linguaggio espressionista a duratori momenti di riflessione sulle luci e sulle ombre dell’esistenza.
È una considerazione che trova conferma nelle importanti opere della mostra bresciana, che ci conduce idealmente a scoprire o riscoprire la portata culturale permeata talvolta di giudizi impietosi di Giovanni Testori. Sono emblematici lavori (Lucas, Homo, Metamorfosi, Domine, Frater Marco, Apparuit, A longe vidi, ecc.), che muovono un dialogo con la non effimera ombra dello scrittore milanese. Tale condizione «permette a Linari – scrive don Giuseppe Fusari, curatore della mostra sarzanese del 2004 e di quella in argomento – di non lasciarsi fuorviare dall’accattivante involucro estetico esteriore, per puntare diritto verso il discorso dell’interiorità che disvela non solo la personalità artistica dei due pittori (Moretto e Romanino), ma le loro necessarie deviazioni esistenziali».
Sempre don Fusari osserva che «l’artista ligure reinterpreta i modelli più alti della pittura rinascimentale bresciana e li trasfigura con segno forte, cancellando i connotati dei personaggi, trasformandoli in sagome dalle forme e dalle cromie esasperate. La lezione – continua – è quella sdoganata all’inizio del Novecento dall’Avanguardia espressionista ed esistenzialista di Eduard Munch e Egon Schiele, ma il gesto è quello contemporaneo di un singolo uomo, l’artista, che, usando il graffio come atto di erosione e scavo, apre una breccia nella forma delle cose per portare alla fuoriuscita del contenuto».
Scorrendo con particolare attenzione le tavole comprese nella mostra ed eseguite senza alcuna incertezza, trovo pertinente la mia testimonianza del 2004, laddove sostengo che «Linari crede nella pittura e nella forza delle emozioni nel conferire plasticità a figure fermate tra linee essenziali e nel creare un riflessivo clima d’inquietudine, combinando segni che graffiano lo spazio e colori, compresi il prezioso e lucente oro e il tenebroso nero, che in gran parte lo avvolgono».
Dalla vasta letteratura critica sulla pittura dall’attraente soggettività di Fabio Linari, compendiata in accurate analisi di studiosi di alta considerazione,emerge come la sua trentennale esperienza si collochi ben oltre il contesto regionale. Esperienza meritevole di ulteriori approfondimenti per renderci partecipi dei tratti distintivi della matrice espressionista del pittore, foriera di un effluvio emotivo reso dalla sensibile alterazione delle immagini.
La mostra L’impeto del Segno, si legge nel comunicato stampa, è parte del progetto integrato MAB 2026 (sostenuto della Diocesi di Brescia e dal finanziamento CEI), che vede uniti i tre istituti culturali diocesani bresciani, Museo Diocesano di Brescia, Archivio Storico Diocesano e Biblioteca Diocesana Luciano Monari.