Restiamo umani e Riconvertiamo Seafuture lanciano l’appello a sindacati e cittadinanza: “La guerra parte da qui”

“Mentre cresce la mobilitazione globale contro l’economia di guerra, per la giustizia sociale e climatica e per il rispetto del diritto internazionale, riteniamo che le organizzazioni sindacali siano chiamate a esercitare la loro responsabilità, non soltanto in forma rappresentativa, ma con pratiche politiche e sociali coerenti ai valori dichiarati da questi soggetti, per queste ragioni anche a loro rivolgiamo il nostro appello”. Il coordinamento Restiamo umani – Riconvertiamo Seafuture interviene a pochi giorni dall’assemblea pubblica di domenica per coinvolgere le parti sociali nella manifestazione in programma per il 29 maggio.

“Il 17 maggio – ricordano dal coordinamento – abbiamo convocato un’assemblea pubblica di piazza per riattivare un fronte sociale ampio e capace di opporsi all’attuale regime di guerra e che si organizzi in vista dello sciopero generale del 29 maggio e oltre. Negli ultimi mesi sul nostro territorio, grazie alle mobilitazioni nate contro Seafuture e Basi Blu, sono emerse con forza alcune domande: quale idea di città si sta portando avanti a Spezia? Per chi è questa idea di città? Quale modello di sviluppo è stato deciso per noi? E noi che la abitiamo, che città vorremmo? Per dare una risposta collettiva a queste domande ci rivolgiamo a chi vive ogni giorno questa città: lavoratrici, lavoratori, disoccupati, studentesse e studenti, realtà sociali, imprese, istituzioni. E di conseguenza ci rivolgiamo pure a quei sindacati che desiderano rappresentarli. Così come a tutte e tutti coloro che non vogliono rimanere a guardare con indifferenza i processi di trasformazione attivi in questo territorio ma vogliono farne parte in forma diretta, senza deleghe”.

Restiamo umani – Riconvertiamo Seafuture sottolinea il dissenso nei confronti “della progressiva trasformazione del Golfo in un polo logistico, produttivo e operativo al servizio della guerra. Ciò che vediamo oggi nella nostra città – proseguono – sono investimenti di grandi capitali nell’industria bellica e nell’espansione delle basi militari già presenti secondo standard Nato, come previsto dal progetto Basi Blu, destinati a incidere sull’intero golfo modificandone in modo irreversibile le sembianze, delineando uno scenario che restringe ulteriormente gli spazi civili, non affronta le necessarie bonifiche ambientali, limita l’accesso al mare per intere comunità ed esclude la cittadinanza da reali processi decisionali democratici.
Siamo scesi in piazza molte volte per manifestare la nostra solidarietà nei confronti dei popoli oppressi da questo regime internazionale di guerra, e in questo contesto riteniamo urgente interrogarci sul ruolo che infrastrutture, basi militari e sistemi produttivi presenti alla Spezia svolgono nelle catene di approvvigionamento tecnico e militare. Non solo nelle guerre di Israele e degli Stati Uniti, ma in ogni scenario di conflitto che segna la nostra contemporaneità”.

I portavoce del coordinamento passano quindi a illustrare il coinvolgimento del territorio spezzino negli stravolgimenti geopolitici in atto: “Ciò che vediamo succedere alle popolazioni colpite da bombardamenti e violenze sistematiche, riguarda un quadro internazionale che comprende l’Italia e così la nostra città con un ruolo primario. E ciò espone il territorio a rischi crescenti e imprevedibili. Non si tratta di immagini belliche lontane da noi. La guerra non è mai solo “altrove”. La guerra parte da qui, dalle nostre filiere, dalle decisioni politiche sorde alle ragioni della popolazione, dagli investimenti pubblici che aumentano il debito. E qui ritorna, sotto forma di ridefinizione degli spazi, delle priorità e delle risorse. Ritorna nella nostra città quando intere porzioni di territorio sono sottratte alla comunità e rese funzionali ad altri scopi, spesso senza un vero confronto pubblico. Ritorna nelle nostre vite quando i nostri stipendi non ci permettono più di arrivare a fine mese e quando il welfare (e i diritti a sanità, istruzione, abitazione, ambiente) viene tagliato per destinare soldi alla guerra.
Qual è la città che ci immaginiamo? Qual è il costo ambientale e sociale che l’intera comunità paga per il potenziale occupazionale di una simile filiera? Quanto vale la salute di cittadini e lavoratori che vivono in aree mai bonificate? Quanto valgono i desideri di chi abita un luogo rispetto ai dictat delle forze militari che lo colonizzano? È possibile interrompere la conversione di spazi cittadini al bellico e al militare, invertendo questo processo così da restituire ampie porzioni del territorio ai desideri della nostra comunità? È possibile altresì immaginare di liberare i territori asserviti a logiche di sfruttamento e turistificazione? È possibile dopo più di 150 anni di svilimento di un’intera popolazione volere tutto – senza cadere nel facile tranello di timide compensazioni? A più riprese, le comunità ribadiscono con forza che non sono più disposte ad accontentarsi degli avanzi della festa.E ancora, è possibile immaginare un sistema di formazione scolastica e universitaria differente? Un sistema che non restringa le possibilità, che non limiti la scelta delle giovani e dei giovani a un perimetro angusto, proponendo l’inserimento di forza lavoro nelle maglie dell’industria bellica o produzione di yacht di lusso come unico orizzonte del possibile. Questi sono i quesiti che guidano il nostro agire collettivo e che vorremmo fossero i protagonisti dell’assemblea”.

“Tra fine settembre e inizio ottobre nella nostra città è stato possibile sovvertire le agende politiche, le consuetudini e darci la possibilità di vivere un momento di attivazione politica senza precedenti, moltiplicando spazi di confronto, partecipazione popolare e dal basso. Lo scorso 3 ottobre – come in tutta Italia – anche sul nostro territorio è stato possibile costruire una straordinaria giornata di convergenza. Crediamo che di fronte all’attuale scenario di guerra globalizzata, crisi economica e militarizzazione ci sia bisogno di una nuova attivazione collettiva. Rinnoviamo questo desiderio perché insieme vogliamo continuare a riprenderci lo spazio per immaginare futuri migliori.
Per questo motivo – concludono dal coordinamento Restiamo umani – Riconvertiamo Seafuture –  invitiamo tutte le forze sindacali e sociali a partecipare all’assemblea pubblica del 17 maggio alle ore 17:00 in Piazza del Bastione,
nella convinzione che sarà uno spazio reale di confronto, che possa portare riflessioni costruttive per il territorio e accompagnarci allo sciopero generale del 29 maggio.
Confidiamo che questo invito venga accolto come un’occasione di riflessione e di riallineamento ai principi di giustizia, solidarietà e tutela dei diritti che storicamente caratterizzano l’azione sindacale.

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