“Paolo Costoli era voluto andare a Brema a tutti i costi. La mattina ci allenavamo alla piscina del Flaminio, proprio di fronte alla Federazione Italiana di Nuoto. E al pomeriggio al Foro Italico, alla grande piscina di 50 metri. La mattina in vasca corta e il pomeriggio in vasca lunga. Mi ricordo che quando Costoli seppe che era stato designato Bubi Dennerlein come tecnico per accompagnare la squadra si era arrabbiato tantissimo. Diceva che spettava a lui andare, in quanto ben due atleti erano i suoi. Così ogni mattina attraversavamo la strada dalla piscina Flaminia alla Federazione per chiedere al segretario di cambiare allenatore. Lo cambiarono. E Paolo Costoli morì con la sua squadra”. Mentre Dennerlein vivrà sino al 2022, guidando l’Italia del nuoto per 24 anni, attraverso i trionfi di sette Olimpiadi.
A sessant’anni dalla tragedia di Brema, Lino Borello ricorda gli amici che persero la vita nel volo Lufthansa 005 diretto al prestigioso meeting internazionale di nuoto ospitato ogni anno dalla città tedesca. Quarantadue i passeggeri e quattro i membri dell’equipaggio schiantati in atterraggio; tra di loro una selezione di sette atleti della nazionale italiana, Bruno Bianchi, Amedeo Chimisso, Sergio De Gregorio, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Chiaffredo “Dino” Rora e Daniela Samuele, accompagnata dal tecnico Paolo Costoli e dal giornalista RAI Nico Sapio. L’hanno chiamata “la Superga del nuoto italiano”. Una dinamica mai chiarita, una generazione di successo spezzata.
“È stata dura. Eravamo tutti in nazionale assieme. Sapio, il cronista di Genova, mi adorava”, commenta Borello. “Io vivevo con il mio allenatore Costoli in una casa grande vicino al Foro Italico. Sono stato con lui dal 1964 al 1966. Prima ospitava anche sua nipote Gisella Costoli, anche lei in nazionale, primatista di gare lunghe, poi insieme a me è venuto un certo Antonio D’Oppido che ha siglato vari primati italiani”. Una nuova famiglia, la famiglia sportiva. Una famiglia spezzata. “Quella sera lì alle 11 mi ha telefonato un dirigente dicendo deve esser successo qualcosa, un incidente aereo, speriamo non ci siano i nostri. Poi un’altra telefonata, stavolta di Egone Cenni, segretario generale della Federazione Italiana Nuoto. Disse che doveva darmi una brutta notizia: nell’aereo c’erano tutti i nostri”. La brusca fine di quella frenesia contagiosa che sin dalla partenza animava la spedizione: la frenesia di tuffarsi nell’acqua della piscina di Brema.
Le gare si erano tenute comunque. Ai blocchi di partenza degli azzurri, in corsia 4, un mazzo di fiori. Fiori che sarebbero rientrati a Roma per i funerali di stato. “Ci avevano detto di metterci la tuta e andare dai nostri amici per fare compagnia. Forse era stato Cenni, il segretario generale, sì, deve essere stato lui. Aveva detto andate a fare i guardiani dei vostri amici”. Nove le bare stese, in file di tre. Intorno al quadrato, quattro atleti in tuta azzurra con sul petto la scritta “Italia”. Sono Lino Borello, Maurizio Giovannini, Giampiero Fossati e Pietro Boscaini. Un’immagine d’impatto, la quale pur nella composizione solenne e composta, comunica profonda mestizia. Un cordoglio collettivo che emerge dalle pagine dei giornali d’epoca con la stessa intensità.
“Non potei qualificarmi per Brema poiché la piscina dove dovevo gareggiare rimane chiusa per lavori ed ero anche dispiaciuto di non andare. Gisella Costoli invece non era partita perché era appena stata operata di appendicite”. Lino Borello, nato al mare di Vernazza, ha cominciato a fare agonismo da militare ed è rimasto a Roma per iscriversi alla Scuola dello Sport, che avrebbe aperto a fine 1966. “Dei quattro ragazzi intorno alle bare, in tre, io, Giovannini e Boscaini avremmo poi frequentato dormendo anche in camera assieme per 4 anni la Scuola dello Sport. Io ero della A.S. Roma; loro della S.S. Lazio, mentre Fossati della Canottieri Napoli. Ma ci conoscevamo tutti: le piscine sono un unico paese. Anche Luciana Massenzi e Sergio De Gregorio erano della Roma come me”. Sliding Doors, storie parallele, storie incrociate, storie del “cosa sarebbe successo se solo per 12 minuti, se solo per 2 secondi”. Storie di gioventù, speranze, sogni, sfortune e fortune.
Boscaini, stileliberista, era arrivato alla finale dei 100 alle Olimpiadi di Tokyo del ’64. Non era sul volo Lufthansa 005 in quanto, secondo il tecnico della Lazio, fuori condizione. Giampiero Fossati invece, che era uscito alla semifinale dei 200 farfalla a Tokyo e aveva chiuso la finale della staffetta stile libero 4×100 con Boscaini, Gross e Rosa al settimo posto, stava preparando un esame universitario e non volle andare. “Amedeo Chimisso, mistista e dorsista, era voluto andare al meeting di Brema a tutti i costi”, chiosa Borello. Doveva essere la sua consacrazione dopo aver stabilito la miglior prestazione italiana sui 200 misti.
Se le foto dei giornali restituiscono tutto il peso del dramma, gli aneddoti di Borello riportano istantanee piene di energia, vita, battute, leggerezza dei vent’anni. Quem di diligunt adulescens moritur, gli dei preservano il momento della massima promessa dei giovani. “Con Costoli, Massenzi e De Gregorio eravamo molto legati. Costoli ci trattava come nipoti: era solo, originario di Firenze, con tanta esperienza come tecnico. Era emigrato in Brasile per allenare ed era rientrato quando la Roma lo aveva chiamato. Ogni tanto il sabato e la domenica ci portava in giro con la sua Seicento nella sua Firenze e nei dintorni romani”. Ognuno vuol mostrare casa propria: “Un anno siamo andati a Sanremo per fare un triangolare di nuoto Italia-Germania-Francia. Al ritorno che c’era Costoli ci siamo fermati tutti a Vernazza. Non siamo rimasti tanto perché dovevamo continuare allenamenti. De Gregorio ha nuotato qui. C’era mare grosso: lui era un grande campione, andava veramente forte. Si è buttato tra le onde agitate e non riusciva a nuotare e gli amici di Vernazza lo hanno preso molto in giro. Purtroppo in mare se non ci nasci è difficile nuotare”. Anche Massenzi ha nuotato qui: “Luciana si era anche fatta amici. Frequentavo spesso la sua famiglia a Roma: mi chiamavano perché ero da solo”.
Quotidianità, studi, feste, caratteri. “Tutta la nazionale era andata in collegiale al Gran Sasso. De Gregorio non era voluto venire perché voleva andare a scuola, ci teneva. Abbiam fatto Capodanno lì per allenarci in altura. Dormivamo al Gran Sasso ma dovevamo andarci ad allenare alla piscina dell’Aquila. Invece la società dell’Aquila ha avuto disaccordi con la Federazione e non ha fatto trovare l’acqua e noi non abbiamo potuto nuotare ma facevamo ginnastica secca, facevamo le corse. Io andavo forte: avevo fatto 5 km in salita in 15 minuti quando il record italiano era 14 e 20. Chimisso mi prese in giro: devi provare subito in pista per fare record italiano!”.
Quando sono partiti, è cambiato tutto. “Io ero a Roma. Ho accompagnato in stazione i miei amici romani con il papà della Massenzi. L’aereo partiva da Milano, siamo rimasti sul binario a muovere le mani davanti al vetro per salutarli finché il treno non è partito. Io sono rimasto il più vecchio, 23-24 anni, e per quasi 8 mesi mi hanno messo ad allenare la Roma, anche se io mi allenavo come ospite della Lazio. Poi arrivò Zuber, l’allenatore jugoslavo, io passai alla Scuola dello Sport. Qualcuno dei miei compagni smise di nuotare. Senza i nostri amici, l’odore del cloro era diventato insopportabile. All’Acqua Acetosa stavano costruendo una piscina di 50 metri, una vasca da 25 metri e c’era anche un trampolino dei tuffi. Incrociavo Cagnotto e Dibiasi. L’Acqua Acetosa era come un centro federale. L’insegnamento del nuoto fu affidato allo statunitense Dick Beaver. Siamo stati i primi a portare i bimbi dell’asilo in piscina e a nuotare prima di andare a scuola. Questo lo dobbiamo a Beaver. Il nuoto azzurro è ripartito da lì”.