Governo approva la riforma dei porti: nasce Porti d’Italia, ma il Pd denuncia centralismo e rischi per le autorità locali

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge per il riordino della governance portuale, un provvedimento che passa ora all’esame del Parlamento. La riforma punta a superare l’attuale frammentazione del sistema marittimo nazionale, accentrando alcune funzioni strategiche oggi in capo alle singole autorità portuali, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la competitività dei porti italiani nel contesto mediterraneo ed europeo.
Elemento centrale del disegno di legge è la creazione di Porti d’Italia spa, una società interamente pubblica, partecipata dal ministero dell’Economia e vigilata dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Alla nuova struttura spetterà il coordinamento a livello nazionale, con competenze dirette sulla realizzazione dei grandi investimenti infrastrutturali, sulle manutenzioni straordinarie e sulla promozione unitaria del sistema portuale italiano sui mercati internazionali. Il provvedimento prevede inoltre una semplificazione delle procedure amministrative, in particolare per quanto riguarda l’approvazione dei piani regolatori portuali e le operazioni di dragaggio.

Le attuali sedici Autorità di sistema portuale continueranno a operare sui territori di competenza, mantenendo la gestione dei singoli scali, la manutenzione ordinaria e il rilascio delle concessioni. L’impianto della riforma mira così a sollevare le autorità locali dal peso finanziario delle grandi opere strategiche, consentendo loro di concentrarsi sull’efficienza operativa e sullo sviluppo dei rispettivi distretti marittimi.

Dal punto di vista finanziario, Porti d’Italia spa potrà contare su un capitale iniziale di 500 milioni di euro, derivante dagli avanzi di amministrazione non vincolati delle attuali autorità portuali. La copertura nel medio-lungo periodo sarà garantita da un fondo dedicato alle infrastrutture strategiche, alimentato da una quota dei canoni di concessione, da una percentuale delle tasse portuali e da risorse statali già stanziate. A regime, la dotazione annua destinata al potenziamento della rete logistica e dei collegamenti intermodali è stimata in circa 480 milioni di euro.

Sulla riforma intervengono però con toni fortemente critici il Partito democratico ligure. “Nessuna semplificazione e nessun coordinamento: questa riforma aggiunge un ulteriore livello amministrativo, in un settore che già vede proliferare ministeri del Mare e delle Infrastrutture e autorità di sistema e autorità indipendenti, e va a creare una sovrastruttura costosa togliendo voce a Regioni, comunità portuali ed enti locali. È l’ennesimo centralismo calato dall’alto che complicherà ulteriormente la vita agli operatori pubblici e privati rallentando cantieri e decisioni”, affermano il segretario del Pd Liguria Davide Natale e il responsabile economia del Pd Liguria, Matteo Bianchi.

“La riforma – proseguono Natale e Bianchi – evidenzia come la Lega e i suoi rappresentanti di governo siano in stato confusionale passando da un estremo all’altro: solo un anno fa approvavano la legge sull’autonomia differenziata che consente di spostare le competenze su porti e infrastrutture alle regioni; oggi un impianto che scavalca quella scelta errata ma arriva a calpestare le Autorità di sistema portuale e ricentralizza tutto su Porti d’Italia e sul ministero, facendo fuori ogni spazio di confronto con il territorio e con il cluster. Le pianificazioni di sistema, nelle quali Regioni e Comuni avevano una voce, viene di fatto subordinata a decisioni prese a Roma e a intese chiuse lontano dai territori. Le scelte locali vengono trasformate in semplici istruttorie. Sul piano delle risorse, si prelevano fondi generati dai porti — avanzi delle Autorità e proventi delle tasse — per alimentare la nuova struttura centrale. L’autonomia finanziaria sbandierata per anni evapora, ha qualcosa da dire Bucci che sino a poco tempo fa chiedeva che l’Iva generata dai porti liguri restasse in Liguria?”.

“Questo impianto apre la strada a conflitti di competenze e contenziosi: sovrapposizioni di ruoli, convenzioni obbligatorie, pareri a catena. È l’esatto contrario della corsia veloce promessa e di ciò che serve al settore. Non ci prestiamo a un’operazione che indebolisce chi lavora ogni giorno nei porti. La competitività si costruisce con politiche stabili e strumenti certi, mettendo in condizione l’Autorità di Sistema di lavorare in un quadro di regole e di politiche chiare e che sia uniforme. Continuiamo a pensare che un maggior coordinamento e una maggiore uniformità debbano andare di pari passo ad una forte semplificazione, non a un accentramento burocratico. Adesso si apra un confronto vero con i territori, con il sindacato e con le associazioni di categoria per lavorare veramente a un insieme di norme che porti maggior equilibrio ed efficacia nell’assetto di governo del sistema portuale”, concludono Natale e Bianchi.

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